Il gruppo America latina

Il Gruppo America Latina della Comunità di Sant’Angelo nasce nel 1976 in risposta a una domanda: la richiesta, un vero dono, viene rivolta alla nostra Comunità durante il periodo di Avvento, dalla Comunità brasiliana di Itaguarù (Stato del Goiàs) attraverso Luisella Ancis, una volontaria laica italiana, tuttora residente in Brasile.

Nasce così il «Gruppo Brasile», che diventerà gruppo America Latina nel 1992, per avere risposto a un’altra chiamata, a un appello di Padre Rutilio Sánchez (collaboratore di Mons. Oscar Romero) che chiedeva sostegno per le comunità impoverite e dilaniate dalla guerra civile in El Salvador.

Le ragioni e il senso del gruppo stanno così nelle origini e nel suo cammino: l’incontro e la solidarietà fra persone che si fa incontro fraterno di comunità, per poi diventare cammino di chiese sorelle.

Nel corso degli anni, la Comunità di Sant’Angelo ha accompagnato e sostenuto l’opera di Luisella Ancis e di Frei Fernando de Brito, quando insieme lavoravano alla coscientizzazione e animazione della piccola comunità rurale di Itaguarù. Abbiamo continuato a sostenere Luisella nel suo servizio ai più poveri e ai più piccoli, a Volta Redonda, cittadina industriale vicina a Rio de Janeiro e poi a Belo Horizonte dove attualmente anima la Ong IUNA, che si occupa di minori a rischio e delle loro famiglie del bairro Saudade, una delle favelas più grandi e problematiche della città. Attualmente IUNA accoglie ogni giorno circa 250 bambini e adolescenti, a cui offre corsi di Capoeira, un aiuto scolastico di sostegno, l’insegnamento dell’informatica, visite a musei, corsi di musica, di danza e di narrativa, e corsi di formazione professionale. Viene anche offerta una merenda ai bambini della favela, che spesso costituisce il loro unico pasto quotidiano.

Frei Fernando, domenicano brasiliano che ha sopportato nella sua carne le ferite del carcere e della tortura infertegli dalla dittatura militare, ci ha insegnato l’importanza dell’amore per la terra e le sofferenze della sua riconquista, con la sua opera di organizzazione delle lideranze sindacali e con l’infaticabile azione in difesa dei perseguitati; e ci ha poi consentito di scoprire il senso profondo dell’ascolto e dell’apertura all’ecumenismo, quando la sua missione lo ha condotto a Bahia.

Nel corso degli anni abbiamo dato ascolto alle invocazioni di aiuto dei Sem Terra, accompagnando il percorso di formazione di Otacilio, Alair e altri amici del sindacato della terra, per diventare leaders sindacali agrari.

L’appoggio alla riconquista della terra, bene indispensabile alla vita di milioni di contadini, ci conduce ad appoggiare anche i progetti educativi dei Sem Terra nel Goias e l’opera di evangelizzazione e organizzazione di frate Rodrigo Peret Ofm in Minas Gerais (Brasile).

Grazie a Dom Tomas Balduino, per molti anni Vescovo in Goiàs a lato delle lotte dei poveri, abbiamo conosciuto e per molti anni accompagnato l’infaticabile lavoro degli operatori dell’Ospedale San Pio X di Ceres, fondato con l’esclusiva finalità di prestare assistenza medico-ospedaliera ai pazienti privi di risorse economiche. Contribuire all’acquisto di un macchinario per i raggi X, alla riparazione del tetto, all’apertura di un padiglione per una maternità umanizzata sono state occasioni, per la Comunità, di farsi prossimo a chi operava in condizioni proibitive per assistere fratelli altrimenti in abbandono totale.

La nostra amica Soave Buscemi, teologa biblista che ha scelto di vivere in Brasile oltre trent’anni fa per condividere vita e Bibbia con gli ultimi e gli impoveriti, ha condiviso con noi la domanda dei Senza Terra del sud del Brasile e poi la sfida di costruire, anche col nostro aiuto, la Casa Ecumenica Recriando a vida, che si trova nella periferia di Lages, nel quartiere marginale Gralha Azul. La Casa è nata per la volontà di offrire uno spazio di incontro e formazione per donne e madri di famiglia, che costituiscono, insieme ai loro figli, una fascia molto vulnerabile della società brasiliana. La Casa ha organizzato gruppi che lavorano per la produzione di biscotti e pane, sapone, artigianato e orti, in una logica di economia solidale che crea anche un piccolo reddito familiare.

Nel 1992 alla nostra comunità giunse la domanda, il grido, di El Salvador, il più piccolo paese del Centro America, martirizzato da 12 anni di guerra appena terminata, attraverso le voci e il volto di Padre Rutilio (Tilo) Sánchez e di Mariella Tapella. Ma dietro loro più di cinquanta comunità, uomini e donne sofferenti, a chiedere la condivisione di un cammino. Come potevamo rispondere no? E benedetto è stato il nostro sì, che ha preso le forme di forni solari, biblioteche popolari, adozioni a distanza, corsi biblici… Ancora oggi, accompagniamo la straordinaria e infaticabile opera di solidarietà, educazione e coscientizzazione sostenendo il lavoro di un promotore, figura di educatore che opera e vive nelle comunità. Ma il dono più bello viene da loro: l’incontro con la straordinaria figura di Monsignor Romero, la forza di una fede semplice che sa incarnarsi nella vita, la fraternità di comunità sorelle pur se distanti.

L’America Latina è il luogo dell’anima e dello spirito che ha dato il nome al nostro gruppo e ha costituito il volto di questa comunità: in questo senso è stata per noi come un battesimo, una rinascita comunitaria e personale, un’identità sempre nuova che ha segnato il cammino e le scelte dell’intera comunità di Sant’Angelo. In Brasile e in Salvador siamo andati «a scuola»: abbiamo viaggiato, incontrato il mondo impoverito, non per inviare aiuti, ma per accompagnare persone e comunità, ricercando le cause della povertà e delle situazioni di oppressione che incontravamo. 

Oggi continuiamo a sentirci interpellati da un continente ancora sotto assedio per troppe questioni rimaste irrisolte: una riforma agraria mai realizzata, l’agrobusiness che sottopone aree enormi a sfruttamento agricolo intensivo, lo sfruttamento minerario che inquina ed è causa di danni ambientali e umani incalcolabili. Per tutto questo, per i fratelli del Brasile e del Salvador che con fedeltà non vengono meno al loro impegno a fianco degli impoveriti, per la loro lotta in difesa della giustizia, anche noi teniamo fede alla nostra scelta di sostenere progetti, organizzazioni di base e comunità che hanno bisogno della nostra solidarietà. 

Abbiamo un debito di riconoscenza nei loro confronti. Abbiamo infatti ricevuto e continuiamo a ricevere più di quanto abbiamo creduto di dare: l’America Latina ci ha insegnato a muovere i primi passi verso una visione globale dell’umanità, visione che ci ha aiutato e ci aiuta ancora oggi a comprendere meglio la nostra realtà e a cogliere le nuove sfide e le speranze che le accompagnano: dalla teologia del pluralismo religioso all’impegno in difesa del diritto umano all’acqua, dalla sovranità alimentare all’ambiente. Novità di cammino che abbiamo riconosciuto prima là e poi qui, nel nostro cosiddetto primo mondo. 

Ma la novità più profonda che le comunità latinoamericane continuano a donarci, consiste anche nel farci capaci di riconoscere e credere nelle potenzialità dei piccoli e dei poveri; nel farci riconoscere che non siamo noi a dover agire per loro: sono loro stessi – e forse solo loro – che, insieme, potranno fare il Regno e mutare la storia. Noi siamo chiamati a farci loro fratelli, prossimi e minori, una volta tanto… 

Siamo chiamati a uno sguardo nuovo, una mente e un cuore libero, una concezione differente di vita felice e di bene condiviso; siamo chiamati a imparare da loro, che da quelle terre lontane continuano a darsi interamente per la giustizia, per la comunione, per una vita degna per tutti.

Per informazioni sui Progetti del Gruppo America Latina: mara.castelli@gmail.com

Gruppo America Latina

Una Buona Notizia: la vita come dono

La mia storia si potrebbe intitolare “Dalle notizie alla buona notizia” perché mentre pensavo di fare carriera come giornalista cercando la verità, la Verità del Vangelo ha trovato me.

Ma cominciamo dall’inizio: nel 2018 avevo 29 anni, lavoravo come giornalista, ero fidanzata da quattro anni e mezzo e la mia vita sembrava procedere su binari prestabiliti. Eppure, i conti della mia vita non tornavano mai: avevo tutto ma sentivo di non avere nulla, mi mancava sempre qualcosa. La mia fede, d’altra parte, era inesistente: non andavo a Messa da diversi anni e non credevo in Dio. Mi riusciva davvero difficile credere in un Creatore che guidava i miei passi e che prometteva una vita dopo la morte. Non riuscivo ad andare oltre la vista di un corpo mortale, eppure fin da piccola ero in ricerca di risposte. Col passare degli anni, le domande si sono fatte più insistenti e non mi facevano stare tranquilla; mi mettevano sempre alla ricerca di qualcosa (o meglio, di Qualcuno, anche se allora non lo sapevo). 
Desideravo una vita piena, così ho iniziato a cercare quella bellezza e quella libertà nei viaggi, nelle esperienze e nella conoscenza. Ma il tempo continuava a scorrere senza dare risposte, scivolando via dalle dita come sabbia e trascinando con sé amicizie, amori, luoghi, stagioni e paesaggi. L’unica destinazione possibile sembrava la fine di ogni cosa, senza nessun senso se non quello del caso. 

Allora non sapevo che le domande erano il modo con cui Dio mi parlava e mi chiamava. Le domande non mi lasciavano in pace perché… Dio non voleva lasciarmi in pace! Cercavo ed ero cercata. Non credevo nell’amore e senza saperlo ero amata. 

Così, nel 2018 Dio ha fatto la sua comparsa improvvisa nella mia vita, facendomi intuire, fin da subito, che quando si ha a che fare con Lui non esistono le mezze misure, cioè o lo ami con cuore indiviso o non lo ami. Una vera e propria “folgorazione sulla via di Damasco” che ha messo sottosopra la mia vita, perché passare dall’ateismo a una possibile consacrazione è un gran passo… anzi, è proprio un salto carpiato! Ma si sa, quello che è impossibile all’uomo è possibile a Dio, dato che le sue vie non sono le nostre vie.

Il Mistero di una chiamata e di qualsiasi vocazione penso sia così grande e al di fuori della nostra portata, che è impossibile cercare di spiegarlo in modo esauriente. Penso che questo Mistero sia come quello della vita: ne facciamo esperienza tutti i giorni, ci attraversa ma allo stesso tempo ci supera perché è molto più grande di noi. 

Questo per dire che, dopo quel primo incontro con il Signore, Lui ha lavorato il mio cuore in un modo che non so spiegare sempre razionalmente e che non smette di sorprendermi, però so che è successo. Per usare una metafora biblica, direi che ha fatto il lavoro del vasaio, mi ha modellato.

Da quel momento, comunque, sono passati circa due anni in cui Lui mi ha fatto aprire progressivamente gli occhi sulla realtà. La storia di San Paolo spiega come Dio agisce: Lui prima cerca l’uomo, che rimane “accecato” da questo incontro, poi gli mette sulla strada persone e strumenti che gli permettono di tornare a vedere. I nuovi occhi che si aprono sulla realtà, però, non sono più gli occhi di prima: lo sguardo è cambiato per sempre.

Ecco, nel corso di questi due anni ho avuto tante occasioni di incontro per comprendere la volontà del Signore (che coincide con i nostri desideri più profondi), in particolare la preghiera e i sacramenti. Ho capito che senza la Chiesa non c’è incontro, perché lì possiamo fare esperienza della presenza di Dio, del suo perdono, della Parola e delle relazioni con altri compagni di cammino. 

Così, di coincidenza in coincidenza (qualcuno le chiama “Dio-incidenze”), sono arrivata ad Assisi, dove ho ricevuto anche un mandato missionario per Betlemme, e poi al percorso delle 10 Parole. Il confronto assiduo con la mia guida spirituale mi ha aiutato a scorgere con più evidenza le parole che Dio voleva consegnarmi. Nella preghiera, i sacramenti, il volontariato, e anche attraverso gli incontri con fratelli e sorelle, Dio progressivamente ha confermato quell’intuizione iniziale. 

La vocazione non è una fede teorica o idealizzata, ma l’esperienza concreta di uno sguardo innamorato, di Qualcuno che si propone, si dona e chiede di donarsi senza paura e senza riserve. 

Ritornando alla metafora del vasaio, in questi due anni Dio ha lavorato moltissimo nel mio cuore, modellandomi per eliminare tutte le storture e per far emergere la vera bellezza che era in me. Eppure, tante volte ho cercato di oppormi alla Sua opera scappando o ribellandomi a Lui e a quello che io stessa sentivo e desideravo. E il Signore, come nel passo di Geremia, altrettante volte ha ripreso in mano l’argilla che si era guastata e si è rimesso pazientemente al lavoro. 

Dio sapeva che prima di seguirlo avrei dovuto sciogliere diversi nodi e avrei dovuto mettere ordine nella mia vita, così mi ha fatto camminare per oltre un anno nella Chiesa di Sant’Angelo. Considero il percorso delle 10 Parole come un vero e proprio dono da parte di Dio. Fin dal primo incontro ho capito di essere nel posto giusto, perché ogni catechesi sembrava scritta appositamente per me. Dicono che succede questo quando Dio vuole consegnarti una parola importante per la tua vita. 

E, visto che si arriva a un grande “Sì” attraverso tanti piccoli “sì” quotidiani, posso dire che il cammino delle 10 Parole sia stato uno dei “sì” più importanti nel mio percorso di discernimento.

Di recente sono entrata come aspirante tra le Clarisse Francescane Missionarie del Santissimo Sacramento a Bari, dove si trova la sede dell’accoglienza stabile, prima tappa del cammino. Il loro carisma viene detto “contemplattivo”, cioè contemplativo e attivo allo stesso tempo, perché si vive la preghiera con lo sguardo contemplativo di Santa Chiara e l’attività apostolica con il cuore missionario di San Francesco, il tutto con l’Eucarestia al centro. 

Insomma, da Milano a Bari, da atea a innamorata di quel Gesù in cui non credevo, da giornalista ad aspirante consacrata, prima con il microfono in mano, ora con la chitarra in mano… chi l’avrebbe mai detto! 

Penso che Dio abbia davvero tanta fantasia e anche un buon senso dell’umorismo, perché a volte gioca dei gran bei scherzetti. Di certo, quando ci si inizia a fidare di Lui, ad ascoltarlo e a seguirlo, la vita cambia. 

Se si ha il coraggio di mollare gli ormeggi e di prendere il largo, si può andare molto lontano con Lui. 

E magari quel “lontano” è nella propria città, ma fuori dai vecchi schemi e dalle proprie certezze, con occhi nuovi e con un cuore nuovo. A volte invece il distacco è più radicale e ci si ritrova in città e Paesi fisicamente lontani a fare cose che non si sarebbe mai pensato di fare. Quel che conta però non è tanto la geografia fisica, ma la geografia del cambiamento interiore, che porta verso la terra promessa della propria vocazione.

Questo viaggio avventuroso della fede non mette al riparo dal rischio, ma penso che il pericolo più grande sia quello di non partire mai e di rimanere nel porto per tutta la vita perché non si ha avuto il coraggio di vedere il mare aperto.

Alla fine, la verità più importante della vita è una sola, e il percorso delle 10 Parole mi ha aiutato a farne esperienza: Dio esiste, si è rivelato in Gesù e ci ama di amore eterno. Per usare il linguaggio giornalistico, è questa la notizia!

Cinzia

11 febbraio – Quel mondo diverso 

Per il ciclo “Ri-costruire: il mondo che vorremmo”

Quel mondo diverso. Da immaginare, per cui battersi, che si può realizzare.

Incontro in diretta streaming con Fabrizio Barca e Enrico Giovannini
Giovedì 11 febbraio ore 20:30

È il momento di ripensare il nostro mondo secondo un’altra logica; anzi di realizzare quel mondo diverso che non
abbia il Pil come misura del benessere del cittadino, che non rimetta nelle mani dei tecnocrati decisioni tutt’altro
che tecniche, che smetta di considerare l’ambiente una quinta teatrale, che impedisca il formarsi di disuguaglianze
insostenibili, che garantisca al massimo numero di persone le medesime opportunità. È quel mondo in cui si torna
ad ascoltare la voce dei cittadini e dei lavoratori affinché scelgano e non subiscano il futuro. Parleremo delle
ragioni che hanno portato al fallimento del modello neoliberista e del sentiero che la società civile e una nuova
classe politica progressista potrebbero intraprendere per ripensare il mondo secondo altri principi.

Fabrizio Barca, statistico ed economista, già dirigente di ricerca in Banca d’Italia e di politica pubblica nel Ministero Economia e Finanze, presidente del Comitato Ocse politiche territoriali e ministro per la Coesione territoriale nel governo Monti. Ha insegnato in università italiane e francesi, è membro della Fondazione Basso e coordina il Forum Disuguaglianze e Diversità.

Enrico Giovannini insegna Statistica economica all’Università di Roma “Tor Vergata” e Sviluppo sostenibile alla Luiss. È stato, tra l’altro, chief statistician dell’Ocse, presidente dell’Istat e ministro del Lavoro e delle Politiche sociali nel governo Letta. Ha promosso la creazione, nel febbraio 2016, dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, di cui è portavoce.

I frutti della comunità: “mamme a scuola”

Per parlare di questa associazione, nata nel 2004 dalla Comunità di Sant’Angelo, partiamo dal fondo, rendendo partecipi, se pur con un po’ di ritardo, tutti coloro che gravitano intorno al Convento di Sant’Angelo dell’attestato di Civica Benemerenza conferito dal comune di Milano all’associazione Mamme a scuola, nell’ambito della Cerimonia dell’Ambrogino d’oro. Ci piace raccontarlo per ricordare insieme come il progetto Mamme a scuola non solo sia nato all’interno di questa Comunità, ma vi sia radicato con volontari, soci, sostenitori e sotto lo sguardo attento e affezionato degli amici.

Ed è cresciuto negli anni anche come tentativo di fare entrare con un segno forte la Parola nella quotidianità, impegnandoci a “spianare nella steppa la strada, innalzare ogni valle, abbassare ogni monte e ogni colle;” scegliendo per questo di affrontare il tema dell’integrazione delle famiglie immigrate che vivono  nei quartieri più fragili della nostra città. 

Per dar concretezza al nostro impegno, uscendo dal Convento, siamo entrate nei territori periferici della città con l’obbiettivo di incontrare ed aiutare le mamme immigrate, presenza numerosa, le madri cioè dell’oltre 25% dei bambini e ragazzi delle nostre scuole, e, come tutte le madri, tassello importante per la costruzione del futuro di questa città.

Donne che vivono fra pregiudizi, immagini stereotipate, indifferenza, isolamento ed enorme solitudine .

Mamme a scuola nasce per scommettere su di loro come elementi di integrazione delle loro famiglie, per creare insieme, noi volontarie e loro, madri e donne, prassi di intervento sui territori che, partendo dai bisogni e dalle loro risposte, concorrano a creare sintesi e sinergia fra culture diverse. Culture che si incontrano, si conoscono, si valutano reciprocamente, dialogano, partendo da un terreno molto comune: quello di essere madri, di essere donne, e per aspirare ad essere con-cittadine ed attrici di costruzione di un Futuro Nuovo.

Una finalità molto alta che parte dalla scuola di lingua italiana, strumento base di conoscenza, relazione e dialogo, e costruisce intorno alla scuola attività in risposta ai bisogni e alle fragilità messe in luce dal lavoro a fianco delle mamme, e attraverso il lavoro di rete con altre realtà nei quartieri in cui operiamo e nella città. Abbiamo sperimentato e continuiamo a “ inventare” intorno alla scuola di italiano attività di tipo educativo e di supporto alla genitorialità  e culturale in senso più ampio, creando occasioni di incontro delle mamme con gli abitanti del territorio nelle quali offrire e ricevere stimoli di riflessione interculturale. E favorendo la riflessione all’interno delle nostre classi di italiano su temi importanti ed alti quali legalità, diritti umani … attraverso materiale didattico finalizzato a questi temi.

Per chi ci vuole conoscere di più segnaliamo il nostro sito www.mammeascuola.it

Ornella Sanfilippo, Presidente

Il volto nuovo della Scuola di Spiritualità

Tutti i lettori di “In Famiglia” e molti altri amici di Sant’Angelo sanno che una delle iniziative più belle e interessanti della locale comunità francescana è la “Scuola di spiritualità francescana”, esperienza originale e quasi unica all’interno delle varie espressioni francescane che riempiono l’Italia.

Bene, la Scuola sta cambiando e si fa nuova possibilità per tante persone. Quando è nata nel quasi lontano 1980, la proposta aveva interessato molto: conoscere Francesco e il movimento francescano per tre vie complementari tra di loro: il sapere, la dimensione francescana, la condivisione fraterna (avevamo trovato tre verbi per la carta d’identità: sapere, pregare, condividere). Francesco ti prendeva tutta la vita: “scuola” voleva dire vita di Francesco e innamoramento del Cristo.

L’impegno non era piccolo: tre anni con frequenza settimanale obbligatoria (giovedì) con uno sviluppo articolato: un tempo di lezione, preghiera del vespro con i frati, cena condivisa, secondo tempo di lezione (dalle 18.30 alle 22.00). Era la vita che si fermava, si interrogava, si faceva preghiera, diventava fraternità.

Molti furono gli studenti in questi anni (50 ogni triennio), ci furono anche dei no per non appesantire il cammino che era (ripeterei) pensare, pregare, programmare, sognare insieme. Francesco ci aspettava, ci accompagnava, ci rimetteva nella vita della città.

La cosa nuova (e forse la più bella) era che la scuola era esperienza di tutta la fraternità. I frati nel contempo si facevano fratelli, accompagnatori, maestri.

L’interesse è andato crescendo e sorgeva ancora il desiderio, il bisogno di farne parte. Avevamo un programma che si apriva coraggiosamente al futuro, ma è arrivato il Coronavirus. Siamo rimasti anche noi smarriti: come ripetere, conservare la dimensione del vissuto, della piena condivisione che si era rivelato il segreto di tutto? Qualche mese di interruzione, poi la necessaria scelta dell’online…

Ci stiamo abituando a fatica, ma il vissuto già ha trovato le strade per nascere e costruirsi. In più abbiamo scoperto di essere una presenza che può donare cose positive al vuoto, all’ansia, alle povertà del tempo presente.

Noi ci troviamo ogni giovedì sera e sentiamo di farci fratelli sempre di più. È difficile ma stupendo, faticoso ma luminoso: è un mondo che si apre e ci aiuta. Aiutiamo anche noi a costruirlo.

padre Cesare Azimonti

Fine della compassione?

Il viaggio disperato lungo la rotta dei Balcani di centinaia di profughi, un esercito di invisibili, uomini adulti, ma anche tante donne, bambini, persino neonati, che percorre un cammino dalla Bosnia attraversando Croazia e Slovenia fino alle frontiere di Trieste e Gorizia, con temperature sotto lo zero, nella neve, tra i boschi, sognando un approdo in Europa sempre più difficile, ecco, questo viaggio sembra non fare notizia. Solo da poco la stampa nazionale ha preso a parlarne, con la lodevole eccezione di Avvenire, che non ha mai spento i riflettori su questo dramma, raccontandoci senza risparmiarci nulla le atrocità che le polizie di Croazia, Slovenia e purtroppo talvolta anche Italia, commettono legalmente sulla pelle dei migranti. Atrocità e violenze che francamente pensavamo non avremmo più visto in Europa.

Da mesi diverse organizzazioni internazionali, associazioni e volontari denunciano le condizioni insostenibili in cui vivono queste persone arrivate attraverso la rotta balcanica della migrazione.

Provengono da diversi paesi, Afganistan, Pakistan, Siria, Bangladesh, Nepal….percorrono una Via Crucis scandita da umiliazioni e sevizie, lungo la quale spesso vengono rimandati indietro al punto di partenza. Molte testimonianze ci parlano di respingimenti multipli, profughi che ogni volta ritentano e riprendono il cammino, nonostante le difficoltà, pur di arrivare alla meta agognata. Il Danish Refugee Council, una autorevole ONG, ha documentato oltre 15mila respingimenti sul confine tra Bosnia e Croazia tra gennaio e novembre 2020. In altre parole, oltre quindicimila persone arrivate in Europa sono state ricacciate in Bosnia con modi spesso violenti. E questo è accaduto anche in Slovenia e purtroppo anche ai confini con l’Italia: una sistematica persecuzione dei richiedenti asilo all’interno di confini dell’Unione Europea!

La situazione già precaria dei migranti in Bosnia Erzegovina si è ulteriormente aggravata, dopo l’incendio che ha distrutto il campo di accoglienza Lipa, sia per il peggioramento delle condizioni meteo, sia per i continui trasferimenti da un campo profughi all’altro, in strutture dove mancano le condizioni minime per una sopravvivenza dignitosa. Le 1.200 persone ospitate al momento della chiusura sono finite per strada senza una sistemazione alternativa, con la conseguenza di una possibile catastrofe umanitaria che può condurre anche a violenze e gravi tensioni sociali. 

Una situazione questa della Bosnia che riporta l’attenzione anche sulla Rotta Balcanica che inizia in Grecia e finisce in Italia o in Austria. Una rotta che vede bloccate migliaia di persone in vari campi profughi e in altre soluzioni inadeguate, tanto più che con l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19, molti migranti in transito, ospitati in strutture inidonee, sono stati messi in quarantena in condizioni proibitive. Strutture e campi, già di per sé inadeguati e sovraffollati, si sono trasformati in luoghi di condizioni estreme e non più sostenibili: senza servizi, in situazioni igieniche pessime, con gravi rischi per la salute anche psichica dei migranti, molti dei quali sono costretti a vivere all’addiaccio. È  di settembre 2020 la tragedia del Campo di Moria nell’isola di Lesbo, nel quale andarono distrutte tutte le strutture di accoglienza già fatiscenti. Una situazione di abbandono e disinteresse da parte delle autorità locali ed internazionali.

L’Unione Europea, che ha trovato strategie comuni per far fronte al Covid-19 non ha ancora avuto la forza, o il coraggio, di affrontare questo problema in modo efficace e rispettoso dei diritti, dei quali l’Europa dovrebbe essere portatrice.

Ma anche il nostro paese, e noi stessi, concentrati sulla pandemia che ci ha travolti, sembriamo incapaci di com-passione, di soffrire insieme e di farci carico delle sofferenze degli altri.

Papa Francesco ci ricorda che “oggi più che mai abbiamo bisogno di fraternità. Non una fraternità fatta di belle parole, di ideali astratti, di vaghi sentimenti….No. Una fraternità basata sull’amore reale, capace di incontrare l’altro diverso da me, di com-patire le sue sofferenze, di avvicinarsi e prendersene cura anche se non è della mia famiglia, della mia etnia, della mia religione; è diverso da me ma è mio fratello, è mia sorella. E questo vale anche nei rapporti tra i popoli e le nazioni: fratelli tutti”

Di fronte alle sfide del nostro tempo, che non conoscono confini, “non si possono erigere barriere” solo facendoci davvero fratelli possiamo recuperare umanità e compassione. (Rosanna Tommasi)

Fare tesoro dell’esperienza per costruire un mondo rinnovato

Le letture e il Vangelo del 1 gennaio 2021 mi hanno dato modo di riflettere con più attenzione del solito sul 2020 appena passato e sul suo rapporto con il 2021.

Il primo pensiero andava alla preziosità dell’anno nuovo concessoci: il tempo è un grande dono di Dio, è da lui benedetto. Questo diceva la I lettura (Num 6,22-27) che ricordava la benedizione di Dio sul popolo di Israele che si apprestava ad iniziare la lunga e faticosa marcia nel deserto verso una patria di libertà, di dignità e di pace. E’ stupenda la realtà di poter essere sempre accompagnati durante il cammino della vita dal volto rassicurante di Dio: un volto che esprime partecipazione, gioia, sicurezza, incoraggiamento, correzione e accoglienza.

Ancora più importante e rassicurante il contento della II lettura (Gal 4,4-7) che parlava della nostra adozione a figli. Siamo figli di Dio, per cui non siamo solo benedetti e cari a lui per un qualche motivo, ma perché siamo suoi figli. Egli ci ha riscattati, ha pagato il prezzo della nostra schiavitù. Quindi abbiamo un motivo in più per essere fiduciosi di questo tempo e di questa vita che siamo chiamati a vivere, a percorrere, e a capire. Ed è proprio su questo fatto, di approfittare del tempo, sia quello passato sia quello futuro, che la Chiesa poneva al centro della nostra attenzione Maria, la “madre nostra”. Il Vangelo (Lc 2,16-21) richiamava la scena del Natale, e l’annuncio dei pastori a Maria e a Giuseppe “un angelo ci ha detto che nella città di Davide è nato un salvatore che si chiamerà Gesù”. I pastori svelano in qualche modo la personalità, l’identità di Gesù e la sua missione. Maria e Giuseppe sono come frastornati, sbigottiti anche perché il contorno che stanno vivendo sembra dire tutt’altro. Per questo si sottolinea, soprattutto riguardo a Maria, il fatto che lei medita e custodisce quanto le è stato detto nel suo cuore. Lei s’era messa nelle mani di Dio, ora è il Salvatore ad essere affidato alle sue mani. Gesù ha bisogno d’essere custodito materialmente e spiritualmente: da Erode, ma anche dagli interrogativi che agitano il cuore di Maria chiamata a sforzarsi di capire l’identità e la missione del figlio suo.

Tutto questo ha un grande significato anche per noi e proprio per questo la Chiesa, all’inizio dell’anno civile, ci segnala questa dimensione profonda di Maria. Abbiamo anche noi l’attenzione a riflettere sulle vicende che segnano la nostra vita? Questo interrogativo mi ritorna frequentemente in questo passaggio tra il 2020 e il 2021. C’è un passaggio di consegne o c’è solo la voglia di dimenticare tutto?

Di solito quando si porgono gli “auguri”, lo sguardo va al futuro specie se veniamo da un tempo difficile e il 2020 è stato difficile: l’abbiamo provato tutti e tutti abbiamo voglia di lasciarcelo alle spalle e di dimenticarlo. Però sarebbe un guaio dimenticarlo del tutto e non farne tesoro sia in relazione alle esperienze negative, sia per quelle positive. Abbiamo imparato che siamo fragili, che siamo tutti  sulla  stessa  barca,  paesi  ricchi  e  paesi  poveri,  tutti  contagiati dalla pandemia, ma abbiamo  visto  anche  tanta dedizione, tanta  unità nella ricerca  per  vincere  la  malattia,  tanti  buoni  esempi  di  persone  che  si  dedicavano alla cura dei malati e dei bisognosi in genere.  Abbiamo  anche  capito  che  dobbiamo  cambiare  il  nostro  rapporto  con  il creato: non più tesi solo a sfruttare il mondo, ma a viverlo in un modo diverso. Abbiamo anche capito che abbiamo bisogno di un’economia e di uno stile di vita più capaci di solidarietà e di fraternità, che di competizione a tutti i costi. È importante che  custodiamo dentro di noi queste  esperienze,  perché  il  futuro,  quello  che  verrà,  ha  le  sue  radici  nel passato. Le fondamenta della casa che costruiremo, se avremo voglia di costruirla, sono nel passato. È in quello che abbiamo provato che sono nati progetti, desideri, pensieri nuovi e l’idea della necessità di un cambiamento.  La realtà del futuro non si cala dall’alto, ma è nostra. Il futuro va costruito da noi, da quello che abbiamo imparato, dal sapere cogliere le occasioni che verranno per mettere in pratica i progetti, i desideri, le ambizioni, i sogni che abbiamo coltivato.

A questo scopo desidero segnalare un documento della Commissione episcopale per la dottrina, l’annuncio e la catechesi della CEI che s’intitola “E’ risorto il terzo giorno”. Si tratta di una lettura biblico-spirituale della pandemia alla luce del mistero pasquale. Quattro i passaggi da percorrere: il tempo dell’ascolto, il dramma del Venerdì, il silenzio del Sabato e la speranza della Domenica. Il tutto per la maturazione di un’esistenza diversa.

Il tempo dell’ascolto, invita ad un serio esame della realtà  in vista, soprattutto, di prendere coscienza delle conseguenze che gravano sul nostro paese all’indomani della pandemia di coronavirus.

Il dramma del Venerdì, esplora il senso di smarrimento, di paura e di abbandono che ha colto un po’ tutti, ma segnala pure quanto di positivo è emerso da una esperienza così tragica.

 «In questi mesi di pandemia tutti ci siamo chiesti il senso di un’esperienza così imprevedibile e tragica. «Si fece buio su tutta la terra» (Mt 27,45): è come se quelle tre ore, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio del Venerdì, si siano ora dilatate, avvolgendo il nostro mondo con le tenebre della sofferenza e della morte. La pandemia ha rivelato il dolore del mondo: ne ha di certo prodotto e ne produrrà anche in futuro, con conseguenze economiche e sociali vaste e persistenti. Si tratta di sofferenze profonde: come la morte di persone care, soprattutto di anziani, senza la prossimità dell’affetto familiare, il senso di impotenza di medici e infermieri, lo smarrimento delle istituzioni, i dubbi e le crisi di fede, la riduzione o la perdita del lavoro, la limitazione delle relazioni sociali.

La pandemia ha anche risvegliato bruscamente chi pensava di poter dormire sicuro sul letto delle ingiustizie e delle violenze, della fame e della povertà, delle guerre e delle malattie: disastri causati in buona parte da un sistema economico-finanziario fondato sul profitto, che non riesce a integrare la fraternità nelle relazioni sociali e la custodia del creato. Il coronavirus ha dato una scossa alla superficialità e alla spensieratezza e ha denunciato un’altra pandemia, non meno grave, spesso ricordata da papa Francesco: quella dell’indifferenza. L’immagine del mondo, colorato di zone rosse in base alla diffusione del virus, fa pensare all’immagine biblica della terra «rossa», perché bagnata dal sangue del fratello che «grida» a Dio (cf. Gen 4,10).

Sul Calvario c’è però dell’altro. Nei pressi della croce ci sono alcune donne, il discepolo amato, il centurione, Nicodemo, Giuseppe di Arimatea: poche persone, certo, ma rappresentanti di un resto di umanità capace di «stare in piedi» sotto la croce (cf. Gv 19,25) per tenere compagnia a Gesù, per accompagnarlo alla morte, per garantirgli una sepoltura dignitosa. Quel Venerdì si rivela così un giorno non solo di violenza e morte, ma anche di pietà e condivisione.»

Il silenzio del Sabato, riflette sullo smarrimento succeduto a quel senso di sicurezza che, specie agli abitanti dei paesi più ricchi, dava la sensazione d’essere i padroni di loro stessi

«Il virus ha assestato un colpo fatale al delirio di onnipotenza, allo scientismo autosufficiente, alla tendenza prometeica dell’uomo contemporaneo. Ha creato una profonda inquietudine, quasi un trauma planetario, specialmente nelle zone ricche e industrializzate della terra: uno smarrimento speculare rispetto al senso di sicurezza che diventava facilmente spavalderia. Improvvisamente, anche questa parte di umanità ha dovuto fare i conti con il limite, con la propria consegna nelle mani di altro da sé, con una grossa pietra all’ingresso del sepolcro.

E ci si è resi conto, come ha ricordato papa Francesco, che «siamo sulla stessa barca» (27 marzo 2020): non esistono navi sicure e zattere sfasciate, ma un unico grande traghetto sul quale pochi credevano di potersi riservare scomparti privilegiati. Adesso – si potrebbe dire – «siamo nello stesso sepolcro»: condividiamo paura e morte, ansia e povertà. Tutti, senza distinzione, abbiamo fretta di uscire dal sepolcro. Vorremmo risorgere subito dopo il Golgota. Ma in questa fretta si nasconde una tentazione: quella di considerare la pandemia una brutta parentesi, anziché una prova per crescere; un chronos da far scorrere il più velocemente possibile, anziché un kairos da cogliere e da cui lasciarsi ammaestrare.»

Per molti, questo tempo caratterizzato da un senso di morte e impotenza, non è stato un momento di scuola, ma di fuga insensata verso spiegazioni “teologiche” fuorvianti sull’origine della pandemia, vista come castigo di Dio, o attesa di un miracolo.

«Sostare in pace e con coraggio nel sepolcro non è affatto facile: è però un passaggio necessario verso l’ascolto attento dei fratelli, verso una condivisione profonda delle fragilità, verso il recupero di un silenzio orante, verso un affidamento autentico al Signore. »

La speranza della Domenica. «Gesù risorge solo il terzo giorno, quando ormai la morte sembrava averlo inghiottito per sempre, quando la pietra pareva averlo tumulato definitivamente. Solo il terzo giorno, perché la risurrezione è vera e credibile quando abbraccia la morte e la sepoltura: il corpo di Gesù risorto è pienamente «trasfigurato», perché in precedenza aveva accettato di essere completamente «sfigurato». La sua gloria risplende, perché è passata attraverso una piena solidarietà con gli uomini: ha raccolto tutto l’umano, anche nei suoi risvolti più orribili. »

Guardando alla speranza cristiana, ci si accorge di quanto sia povero il nostro orizzonte riguardo ad essa. Non parliamo molto di immortalità e risurrezione e, per di più, abbiamo rimosso certi temi come la fine e l’oltre e circa la morte usiamo il silenzio o la sua spettacolarizzazione.  L’annuncio della speranza cristiana non è una specie di raccolta di verità astratte, ma una vita che prende corpo nel presente per andare poi verso il suo compimento.

Per un cammino creativo. Quest’ultimo punto ci mette innanzitutto in guardia dal pensare di poter tornare dove eravamo rimasti prima e da lì ricominciare tutto da capo. Il tempo vissuto deve diventare la base, le fondamenta, il terreno su cui edificare costruzioni nuove e far nascere germogli di vita nuova.

Fra Roberto Giraldo

Sei disposto a seguirLo nella tua vita?

Abbiamo appena celebrato la solennità dell’Epifania e abbiamo potuto, ancora una volta, ascoltare il racconto dei Magi. Questi misteriosi saggi venuti da oriente, dopo un lungo viaggio, si prostrano ad adorare il Bambino e consegnano i loro preziosi doni: l’oro, l’incenso e la mirra. La quasi totalità delle raffigurazioni presenta i Magi o nell’avvicinarsi a Betlemme o nell’atto di adorazione del Bambino.

Ad Autun, in Borgogna, invece viene rappresentato un misterioso gesto nella notte, scolpito sulla pietra e pieno di significato. La storia è quella che da sempre accompagna il Natale, e in parte si è già svolta: i Magi hanno già visto il Bambino e già consegnato i loro doni; dormono, ora, sfiniti, per riprendere forza ed affrontare, il mattino seguente, la strada del ritorno.

Ed ecco che un angelo si accosta ai loro sogni e li sveglia per sussurrare loro la raccomandazione nota a tutti. È uno dei capitelli della grande chiesa di St-Lazare ad offrirci la meravigliosa rappresentazione del sonno dei tre saggi: l’angelo dal cielo è già arrivato e affianca il giaciglio dei Magi. Ha l’incarico di dire loro di non tornare da Erode e di far ritorno verso casa per altre strade.

Ma l’angelo scolpito nel capitello indica la stella, mentre sveglia i Magi. Come mai? Non li invita certo a seguirla nel viaggio di ritorno: nessun sapiente può immaginare una cometa che torna anche indietro. E poi la stella non ha più la coda: è ferma, è un fiore. E allora? Perché l’angelo punta il dito verso di lei?

I Magi riposano l’uno accanto all’altro, con le tre teste sullo stesso cuscino. L’angelo con un indice alzato indica la stella e con l’altro sfiora appena il dito del re mago più vicino che si sveglia e si turba; il suo compagno apre appena un occhio, il terzo, sfinito dalla fatica, dorme profondamente.

La domanda dell’angelo è semplice. Chiede: “Ora che avete visto il Dio fatto uomo in un bimbo, seguirete nella vostra vita la sua stella?”. E la risposta è altrettanto chiaramente scolpita nel marmo di Autun: anche tra le teste coronate e sagge c’è chi vede e poi crede, c’è chi forse si converte solo a metà, e infine c’è chi, pur avendo visto, dimentica molto molto in fretta. Nel prossimo Natale anche noi saremo chiamati a contemplare il Dio fatto bambino e, dopo averlo adorato, offrirgli i nostri doni. Ma la domanda dell’angelo, come un sussurro leggero, risuona anche per noi: “Sei disposto a seguirlo nella tua vita?”

Fra Francesco Ielpo

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