Pace, incontro, verità, giustizia, misericordia.

Tracce Francescane nella “Fratelli tutti” di papa Francesco.

(I riferimenti alla enciclica sono nei numeri 225-227 – I riferimenti al pensiero francescano sono nelle Fonti Francescane, sigla FF)

La pace figlia dell’incontro

225. In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace, che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani della pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia.

Obiettivo del percorso di pace è indicato essere un rinnovato incontro con ingegno e audacia.

Sappiamo quanto sia importante il tema dell’Incontro in San Francesco, dove l’incontro è una relazione che trasforma e salva. Dagli incontri rivisti ora nelle Fonti francescane possiamo dire che l’incontro può trasformare l’altro, (vari esempi di incontro di F. con frati fedeli, religiosi, direi anche con il Signor Papa, ma anche l’incontro con il lupo di Gubbio). L’incontro può trasformare Francesco (ricordiamo l’incontro con il lebbroso) e offre conferma di una conversione (cito l’incontro burrascoso di Francesco con il padre, appena convertito (FF 1417.).

Sembra di intendere: occorrono artigiani di pace, che avviino percorsi di pace per portare ad un nuovo incontro che guarisce. Si giunge alla salvezza insieme, nessuno si salva da solo, come arrivarci? Con la pace.

226. Nuovo Incontro non significa tornare a un momento precedente ai conflitti. Col tempo tutti siamo cambiati. Il dolore e le contrapposizioni ci hanno trasformato. Inoltre, non c’è più spazio per diplomazie vuote, per dissimulazioni, discorsi doppi, occultamenti, buone maniere che nascondono la realtà. Quanti si sono scontrati duramente si parlano a partire dalla verità, chiara e nuda. Hanno bisogno di imparare ad esercitare una memoria penitenziale, capace di assumere il passato per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni, confusioni, proiezioni. Solo dalla verità storica dei fatti potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti. La realtà è che “il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, ad una speranza comune, più forte della vendetta”. Come hanno affermato i Vescovi del Congo a proposito di un conflitto che si ripete, “gli accordi di pace sulla carta non saranno mai sufficienti. Occorrerà andare più lontano, includendo l’esigenza di verità sulle origini di questa crisi ricorrente. Il popolo ha il diritto di sapere cosa è successo”.

Pedagogia della pace in san Francesco

Pace, è vista come saluto evangelico di Francesco, che per primo rivolge il saluto: in un incontro (FF 210), in una lettera (FF 249 a Frate Leone, FF 245 Lettera ai guardiani dei Frati Minori), in ogni circostanza (FF 359 in ogni sermone, FF 550 nell’incontro con il mendicante), in una predica (FF 1052). Come confida Francesco, questo saluto è stato una rivelazione divina. (FF 40, 121, 1428).

L’annuncio della pace non avviene solo con la parola, ma Francesco lo annuncia con il suo esempio di vita (FF 1469, 1531), e questo lo richiede anche ai suoi fratelli (FF 1509, 1711).

La Pace da augurio e benedizione (FF 262 Benedizione a Frate Leone) diviene una forma di vita: Francesco voleva che i suoi frati vivessero in pace con tutti e verso tutti senza eccezione si mostrassero piccoli. (FF 36, 730, 1469).

Annunciare la pace non basta, bisogna portare la pace con la propria condotta. Francesco in prima persona porta la pace. Lo vediamo già prima della conversione quando è prigioniero e porta la pace in prigionia con un compagno irascibile (FF 584-730). Francesco porta la pace ad Assisi tra Vescovo e Podestà (FF 695) e indica che per portare la pace bisogna essere umili, e sottomessi a tutti. Francesco poi trae da questa circostanza l’idea di aggiungere la nuova strofa della pace al Cantico delle Creature:

“Laudato sì mi Signore

per quelli che perdonano per lo tuo amore

et sostengo infirmitate et tribulatione

Beati quelli kel sosterranno in pace,

ka da te, Altissimo, sirano incoronati”

E trasforma un fatto storico del suo tempo in un magistero spirituale.

Pace non è solo un fatto storico o sociale, ma può essere raggiunta solo da chi ha fatto un passo oltre il proprio limite ed ha avviato un percorso. Importante è mettersi in cammino.

L’invito di domenica scorsa di Papa Francesco a trovare un confronto di pace per la crisi in Ucraina, ricorda Francesco che interviene per la pace ad Assisi.

Perché Francesco allora e papa Francesco oggi (ma anche altri esempi come papa Giovanni con USA e URSS) sono intervenuti per la pace? Cioè perché non anche altri? È un problema di credibilità dei testimoni? Qual è l’ambito in cui io potrei portare la pace? la famiglia, il luogo di lavoro …?

227. In effetti, “la verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Tutt’e tre unite, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate…La verità non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittima di violenza e di abusi…. Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci diminuisce come persone… La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, e la morte altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile”.

Le sorelle della pace: Verità, Giustizia e Misericordia

Verità, Giustizia e Misericordia sono aspetti propri del Signore, e sono legati tra di loro.

Verità: “io sono la via, la verità, la vita”. Non giungi al Signore se non attraverso la verità. (FF 61, 62, 141, 187, 480)

L’annuncio del Regno dei Cieli, e l’annuncio della pace sono fatti in verità.

Mi colpisce la definizione di verità in relazione al futuro. Siamo abituati a valutarla per il passato, in relazione alla verità storica, ne dubitiamo per il presente, ma una verità relativa al futuro è una profezia, viene dal Signore.

I duri di cuore non comprendono la verità dell’annuncio. (FF 1190)

Giustizia. È attribuita al Signore “Tu sei Giustizia” (FF 261 Lodi a Dio Altissimo): Tu sei gaudio e letizia, Tu sei la nostra speranza, Tu sei giustizia.

Rimanda alle Beatitudini: “beati coloro che hanno sete di giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (FF 45, 1041)

La giustizia va modulata con la misericordia, prima viene il momento della misericordia, ricorda S. Francesco (FF 191, 772): “Chi ha l’autorità di giudicare gli altri, deve esercitare il diritto con misericordia, come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore”.

Nelle Ammonizioni (FF 177): “Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità e durezza”.

Francesco per primo insegna ad usare misericordia, così fece con il frate che aveva fame di notte (FF 1712), con il lebbroso (FF 110), con il cavaliere povero (FF 1031), con il frate malato (FF 1219), verso i fratelli che sbagliano (FF 763).

Molto forte l’invito di Papa Francesco ad operare come portatori di pace, a partire dalla verità, inseparabile dalla giustizia e dalla misericordia. Ma questa è la Via.

Conclusione

Cosa c’è di francescano in questo capitolo dell’Enciclica? È come se il pensiero francescano, come lo abbiamo conosciuto nelle Fonti e nella Scuola, fosse stato scansionato e fatto proprio, come chiave di lettura, interpretazione e indicazione per noi nella realtà di oggi.

Questa relazione è stata da me illustrata nell’ambito del lavoro di lettura e analisi dell’Enciclica “Fratelli Tutti”, all’interno degli incontri de “La Scuola che Continua”, così abbiamo ribattezzato gli incontri periodici riservati agli ex-allievi della Scuola di Spiritualità Francescana del Convento di Sant’Angelo dei Frati Minori.

Quest’anno è stato scelto di affrontare la nuova Enciclica, dividendoci in piccoli gruppi.

È questo un percorso che ho iniziato con entusiasmo non appena terminato il triennio della scuola nel…. E che anche in questo periodo di emergenza Covid è stato portato avanti su piattaforme digitali.

Se il triennio della Scuola ci ha unito, il percorso della Scuola che continua, ci mette di fronte a nuove sfide: confrontarsi con ex allievi di altri cicli della Scuola di Spiritualità; approfondire altri testi; da allievi diventare noi a turno guida alla lettura del tema scelto, lavorare in piccoli gruppi che consentono di confrontarsi da vicino e di consegnare anche la nostra esperienza personale.

Maria Paola Ferretti

Alla ricerca del Medioevo

Sta uscendo in edicola una collana di libri intitolata “I Manuali del Corriere della Sera” tutti incentrati sul Medioevo. La collana è curata dal noto storico Franco Cardini che nella sua Presentazione spiega il perché dell’interesse per un tempo che a molti appare lontano, poco interessante e piuttosto trascurabile. Al di là dell’opinione che abbiamo su quel periodo di tempo, il medioevo è storia nostra e ci riguarda tuttora perché ha sempre continuato a rivivere in una forma o in un’altra. Un’epoca con tutto il suo bagaglio, del resto, non muore quando ne comincia un’altra, ma continua, si trasforma e di tanto in tanto riemerge. Lo constatiamo anche oggi! Purtroppo, più che la ricerca scientifica, «il medievalismo trionfa e dilaga nelle librerie tra Umberto Eco e Ken Follet, nelle strade e per le piazze delle città d’arte con i “Festival del Medioevo”, le “Quintane” e i “Calendimaggio”, sul grande e sul piccolo schermo tra Il Signore degli Anelli e Il Trono di Spade, tra i videogiochi con Assassin’s Creed.»  Di qui l’utilità e la ragione della pubblicazione di sicuri studi storici sul medioevo. Visto che la nostra Europa affonda qui le sue radici, mi riprometto di leggere questi volumi e di condividere con voi quanto troverò di interessante e di curioso che possa contribuire a una migliore conoscenza della storia stessa.

Che ce ne sia bisogno, lo capiamo immediatamente dalla Presentazione, Perché il Medioevo. Una proposta di lettura, che Franco Cardini fa del primo volume della collana: HUIZINGA Johan, L’autunno del medioevo, ed. Corriere della Sera, Milano 2021.

E’ piuttosto colorito e deciso il modo di introdurci nel Medioevo da parte di Franco Cardini, che ci richiama al linguaggio tipico con cui ci si riferisce generalmente a quel periodo. «Si fa presto a dire medioevo. Lo dicono tutti, lo dicono sempre. Anche a sproposito: “Roba da medioevo”; “Tenebre del medioevo”; “non siamo più nel medioevo”; “Siamo ripiombati nel medioevo…” e così via.» Ma più incisivo ancora il riferimento ad una storia che tutti conosciamo e che diamo per scontata per non dire sacrosanta.

«Anni fa, in una di quelle cittadine toscane tutte pietra bigia e mattoni rossi, immerse tra le vigne e gli ulivi e strapiene, appunto, di ricordi medievali – in gran parte finti: chiese romaniche rifatte nell’Ottocento, castelli dalle torri merlate stile D’Annunzio o Sem Benelli eccetera -, un gruppo di brave insegnanti elementari ebbe l’idea di mettere in scena con i ragazzi l’antica leggenda dell’Anno Mille. Furono coinvolte le famiglie degli allievi e, poco prima delle vacanze di Natale, si cominciarono le prove. Fu spiegato, con un racconto facile e piacevole, come secondo un antico racconto l’ultima sera del primo millennio dopo Cristo, quindi alla fine del 999 (o del 1000?), tutti i buoni cristiani si riunirono tremanti attorno ai loro campanili aspettando la terribile tromba angelica che avrebbe annunziato la Fine del Mondo e il Giudizio Universale. Passò così l’intera notte; poi, avvicinatasi l’alba, il popolo cristiano – un po’ deluso ma in fondo felice – si rese conto che quella profezia era una bufala. Tutti rientrarono alle loro case e ripresero a vivere e a lavorare con gioia e fiducia, pieni di un nuovo senso di libertà. Così le tenebre del medioevo si erano diradate. Una buona signora, animatrice dello spettacolo, aveva perfino elaborato una filastrocca che i bambini intonarono con convinzione, formando un allegro girotondo: “Che sollievo, che sollievo, è finito il medioevo…”.

Ma finì subito anche l’incantesimo. Un giovane docente fresco di studi, laureato in Storia medievale, obiettò che non si poteva fare. Nessuno nel medioevo, avrebbe mai potuto dire quando fu l’ultima notte dell’anno: né del 1000, né di alcun altro. Era da escludersi il 31 dicembre: usanza romana e moderna, ma non medievale. Quasi ogni comunità osservava allora un calendario diverso: a Roma e in molte aree dell’Italia e della Germania l’anno nuovo cominciava a Natale, a Firenze e a Pisa il 25 marzo per l’Annunciazione, a Venezia il 1° marzo (“stile veneto”), ad Amalfi il 1° settembre (“stile bizantino”), in Francia addirittura la domenica di Pasqua, quindi un giorno diverso ogni anno perché questa festa è determinata dall’equinozio lunare di primavera…

Né bastava ancora. Qualche altro erudito guastafeste aggiunse che mica si era cominciato subito a datare gli anni dalla presunta nascita di Gesù. Per alcuni secoli si era continuato con la fondazione di Roma, nel 753 a.C.; poi, fra IV e VII secolo, si era usata la cosiddetta “Era dei Martiri”, con avvio nel 284 d.C.; e in Spagna si era usato a lungo far cominciare sì l’anno dal 1° gennaio, secondo l’uso romano antico, ma facendo iniziare il computo calendariale dal 38 a.C., anno nel quale ufficialmente le truppe di Augusto avevano sottomesso la penisola iberica.»

Perché questo racconto?

«L’aneddoto – peraltro rigorosamente, anzi autobiograficamente autentico – illustra bene quanto sia facile e al tempo stesso incerto, problematico e fallace parlar di medioevo.»

In realtà del medioevo non sappiamo né quando è cominciato, né cosa abbia messo in moto “la grande macchina medievale”. E quali le ragioni della sua decadenza e del suo tramonto o autunno?

Tante le cause più o meno plausibili, ma un fatto è certo: oltre la crisi provocata dal «terribile Trecento con le sue epidemie, le sue carestie, le sue guerre», alla fine del Quattrocento e agli inizi del Cinquecento lo scenario cambia completamente con l’ampliarsi del mondo dovuto alle scoperte e ai viaggi. E’ però un mondo che, a differenza del vecchio che era sempre rimasto semi-inesplorato e mai posseduto del tutto nonostante la sua piccolezza, si lascerà esplorare, conquistare, dominare e possedere dalla volontà, dalla tecnologia, dalle navi e dai cannoni. Cambia totalmente il rapporto dell’uomo con il mondo che diventa il luogo del suo trionfo: homo faber fortunae suae. “L’avanzante Modernità” inoltre, si presenta, contrapponendosi al medioevo ritenuto un semplice periodo di mezzo, di passaggio di scarsa importanza, come “Ritorno all’Antico”. E questo, nonostante che il medioevo sia «stato percorso da progressive, sempre nuove “rinascite” dell’antichità, sentita essenzialmente come quella romana: così le successive “rinascite” carolingia nel IX secolo, ottoniana nel X-XI, “neoplatonico-chartrense” nel XII, che avevano preluso a quel Duecento scolastico e mercantile che fu detto saeculum modernum.» Che triste aver tacciato il medioevo con un «”non-nome”: media tempestas, medium aevum, età mediana di passaggio tra la grande età antica e quella presente» e constatare che la divulgazione della conoscenza ha puntato a «focalizzarsi sul rapporto tra la civilisation dell’Età Moderna e la barbarie, la superstition, l’ignorance, la violence, la tyrannie d’un ispido e oscuro medioevo, un buio rischiarato solo dalle fiamme dei roghi.»

Fra Roberto Giraldo

La scuola che continua

Dal 1980 numerosi trienni di Scuola di Spiritualità Francescana si sono succeduti presso il Convento di Sant’Angelo, accogliendo oltre 600 allievi, che in qualche momento della vita hanno sentito che Francesco li chiamava. Un’esperienza di ingresso nella spiritualità francescana sotto la guida intensa ed affettuosa di Padre Cesare e di tutti gli altri docenti. E l’incontro, il crearsi della fraternità, gli abbracci (quanto mancano), i sorrisi, la condivisione dei vespri e della cena in refettorio, e poi i lavori di gruppo, in cui cominciare a fare confronti personali.

Finita la Scuola, Padre Cesare invita gli studenti a partecipare alla “Scuola che continua”, un incontro mensile, sempre in Sant’Angelo, ma con modalità differenti, ancora da comprendere.

Inizialmente, essendo anche l’occasione della presentazione della tesi, la proposta può sembrare quella degli “esami non finiscono mai”, di Eduardiana memoria.

Ma gli incontri mensili della “Scuola che continua” nulla hanno a che fare con gli esami. I partecipanti hanno frequentato la Scuola in cicli diversi, nell’arco di questi 40 anni. Personalmente frequento la Scuola continua da circa 10 anni. L’invito forte è quello di non essere più solo discepoli, ma protagonisti.

In questi anni il punto di partenza è sempre leggere insieme un libro (encicliche, testi di intensa spiritualità*), un capitolo alla volta. Mensilmente ci riuniamo per commentarlo, tornando alla lettura delle Fonti francescane per approfondire, se necessario. Di volta in volta un gruppetto si fa carico di guidare la discussione, trovandosi a prepararla, condividendo riflessioni, commenti e approfondimenti.

Ogni testo è una miniera di suggerimenti per approfondire il proprio rapporto con il divino.

Nella mia esperienza, talvolta, entro un capitolo c’è una frase poche righe, che aspetta proprio me, per farmi rivedere il mio modo di essere e di sentire e di tradurre in pratica gli insegnamenti.

È un’esperienza completamente nuova. Si condivide i propri pensieri e sentimenti, la propria spiritualità, si infrangono barriere personali. Padre Cesare, ci invita a “consegnarci” ai Fratelli.

Mentre si superano reticenze, si impara a regalare sé stessi, e si ricevono altrettanti copiosi doni.

Si sono formati piccoli gruppi, che volentieri si trovano per prepararsi all’incontro, indipendentemente dall’essere incaricati di guidare la discussione. Io appartengo a uno di questi: condividiamo i pensieri e i sentimenti più i profondi, e insieme cresciamo. Amiamo dire: il Signore mi diede dei compagni. Ma quando si tratta di preparare un incontro, ci mescoliamo con gli altri Fratelli, e sperimentiamo quanto la spiritualità francescana sia terreno comune.

La “Scuola che continua è un’esperienza unica e privilegiata di arricchimento reciproco.

Ha conosciuto le difficoltà della pandemia, ma sta sopravvivendo, grazie alla tecnologia, con incontri sul web, ove si riesce comunque a condividere le proprie riflessioni e non perdere l’appuntamento.

La nostra speranza e che la Scuola continui ancora a dare i suoi frutti per tanto tempo.

Anna de Biase

Nelle mani di Dio

Una considerazione leggendo: MARCO VENTURA, Nelle mani di Dio. La super-religione del mondo che verrà (contemporanea | trecentouno) il Mulino, Bologna 2021.

Da anni mi interesso di dialogo ecumenico e interreligioso dal punto di vista teologico, ma non mi era mai capitato di guardarlo dal punto di vista dell’impatto che le religioni esercitano sul mondo e viceversa. La politica, la cultura, l’economia, il costume sociale e una certa visione globale del mondo dipendono molto dalle religioni che, a loro volta, vengono condizionate e piegate a seconda dei più svariati interessi. In tal senso, il libro di Marco Ventura, Nelle mani di Dio. La super-religione del mondo che verrà, mi fa guardare le cose da una prospettiva per me inedita che, tra l’altro, restituisce grande importanza ad avvenimenti, quali ad esempio la rivoluzione khomeinista, che noi confiniamo nella cronaca se non nel dimenticatoio. Contenuto del saggio è il rapporto tra le religioni e le grandi sfide planetarie che interpellano sia le religioni, sia il mondo: emergenza ambientale, sviluppo sostenibile e trasformazione digitale. Molte le soluzioni e le politiche per rispondervi, molte quindi le occasioni che le religioni e il mondo hanno per convergere o dissentire.  Comunque, che si creda o non si creda in Dio, e indipendentemente dall’idea che abbiamo di lui, siamo nelle sue mani. Non solo qualsiasi soluzione pensata per far fronte alle varie sfide non può prescindere dalle religioni, ma deve anche tenere conto dell’imprevedibilità di Dio. Quanto mai appropriato, quindi, il titolo del libro, “nelle mani di Dio”: il nostro mondo e il nostro destino dipendono ancora dalle religioni per il ruolo fondamentale che continuano a giocare. Del resto, «l’85% della popolazione del globo si identifica con una religione.» E questa che si voglia o meno «plasma ogni giorno la vita dell’umanità e la nostra.» Compresa anche la vita di quel 15% che non appartiene o non si identifica con qualche religione, ma ha comunque a che fare con i credenti. Pertanto, il mutamento in atto della nostra società deve fare i conti con le religioni e con l’idea che trasmettono di Dio. Tre i campi in cui è piuttosto evidente la loro interazione. E per questo Marco Ventura parla di tre mani di Dio.

La prima mano, detta “mano armata” di Dio, si riferisce «all’impatto della religione sui conflitti contemporanei e sulla loro prevenzione e risoluzione. Siamo nelle mani di Dio, da questo punto di vista, perché la religione è insieme il problema e la soluzione della violenza, perché la guerra e la pace in nome di Dio sono avvertite come prioritarie nell’agenda internazionale.»

La seconda mano, preoccupata dell’impatto materiale delle religioni nei confronti dello sviluppo sostenibile, riflette sulle loro diverse posizioni e concezioni. Anche qui siamo nelle mani di Dio perché la religione può condizionare o essere condizionata dalla economia e rivelarsi quindi fattore di povertà o di ricchezza.

La terza mano, soprannominata “mano aperta”, concerne il rapporto tra la religione e la società globale che nello sforzo di rispondere alle sfide che l’attendono, tenta di programmare una religione che possa favorire la pace e lo sviluppo.  E’ detta “mano aperta” per due motivi: perché è quella mano che vorremmo afferrare per tirarla dalla nostra parte, ma è pure quella mano che ci afferra e ci tira dove vuole, dalla sua parte. «E’ la mano aperta a ogni utilizzo del religioso contemporaneo, a ogni scelta strategica; al contempo è la mano che spiazza, che sorprende, che frustra ogni illusione di controllo per schiudersi su esiti inattesi.» Anche in questo caso siamo nelle mani di Dio sia per le diverse strategie dei credenti in relazione alla pace e allo sviluppo, sia per l’imprevedibilità di Dio e la possibilità che i nostri progetti si scontrino con la realtà religiosa e sociale.

Perché le religioni contino nei tre campi visti, pace, sviluppo e programmazione, devono superarsi, mettersi in discussione per oltrepassare i confini che le dividono onde permettere che i credenti lavorino insieme e possano darsi obiettivi più grandi della loro singola fede. Anche i confini tra religione e non-religione vanno abbattuti perché è necessario che credenti e non-credenti uniscano le forze.

1. La nuova religione

Nel dipinto della creazione dell’uomo nella Cappella Sistina, Michelangelo racconta che è la mano di Dio a comunicare la vita ad Adamo che tende la sua mano verso quella del Creatore. Nell’Ottocento, qualcuno pensò che la mano di Dio non c’entrasse niente, che fosse fuori posto: raccontava qualcosa di non vero che andava bene per una umanità credulona. Ma la religione non è morta! Qualcuno crede ancora alle due mani e sente che non si tratta di una vaga idea priva di realtà.

Agli inizi degli anni Ottanta abbiamo visto le due mani combinarsi ancora insieme, soprattutto con la rivoluzione khomeinista che ha significato molto per il risveglio dell’islam. E sono proprio gli attentati a Papa Giovanni Paolo II (13 maggio 1981) e al presidente egiziano Sadat (6 ottobre 1981) a farci scoprire la violenza fatta in nome di Dio. Una violenza destinata ad allargare sempre di più il suo spazio d’azione.

La mano di Dio, però, non è presente solo nella violenza, ma anche nella lotta alla povertà, in quanto le religioni influiscono sul futuro sviluppo su più campi: «ambiente e finanza, tecnologia e infrastrutture, modello economico e strategie del mercato globale.» Anche se diversi sono i modi di pensare e utilizzare le risorse, come anche le forme, il contributo delle religioni è vitale.

Con l’avvento di Margaret Thatcher (1979) e Ronald Reagan (1980) si è realizzata con successo una «convergenza culturale e politica tra cristianesimo conservatore, libero mercato e de-statalizzazione dell’economia.» In questo libero mercato non si fa più appello alla mano invisibile di Dio che, anzi, viene praticamente eliminato per fare del mercato una religione. Il libero mercato non può risolvere tutto. Non si può fare a meno di una qualche pianificazione che tenga conto d’una società sempre più globale, di uno sviluppo sostenibile e d’una migliore e più equa distribuzione delle ricchezze e delle risorse. E qui le religioni possono far sentire la loro voce data l’influenza di cui ancora godono. Purtroppo, la loro, non è una voce unica.

Quale il futuro che ci attende? E’ qui la volta della terza mano, la “mano aperta”: quella che guarda a come oggi i governi, gli attori politici ed economici e la società civile in genere sentono di dover pianificare e governare le religioni per portare i credenti a contribuire alla pace, allo sviluppo e alla costruzione di una democrazia globale. Rientrano in questo campo anche le riforme teologiche, il dialogo ecumenico e quello interreligioso. Al bisogno di ordine e controllo, comunque, la mano di Dio sfugge. Dio resta sempre un Dio vivo, incontrollabile, misterioso e non racchiudibile nelle nostre categorie. «La mano aperta è anche la mano del Dio imprevedibile, indomabile e caotico, che sconvolge tutti i piani. E’ la mano di un Dio sopravvissuto e resiliente alla faccia di chi da secoli ne profetizza la morte, di un Dio innovatore alla faccia dei tradizionalisti, di un Dio conservatore alla faccia dei riformatori, di un Dio tecnologico alla faccia degli scienziati non credenti, di un Dio non credente alla faccia di chi disprezza l’ateismo.»

2. La super-religione

In tutti questi frangenti c’è come la consapevolezza che stiamo andando verso una super-religione qualitativamente e quantitativamente più grande delle singole religioni che verrebbero inglobate in essa. Praticamente, la super-religione si sta realizzando tramite le alleanze, le collaborazioni, i dialoghi e anche alle competizioni tra le religioni per la supremazia. «Il superamento è cruciale nella religione contemporanea. La parola super è la sua parola, in forza dell’ambizione a essere più grande e più potente, ossia a superare in quantità e qualità le religioni esistenti. In questo senso la super-religione non è «un’altra religione», ma è «le religioni» nell’atto di tendere al superamento, ed è «la religione» che esse complessivamente producono mentre si superano.» E’ una religione «che vuole superare ogni confine. La super-religione non è soltanto nel cristianesimo e nell’islam, ma anche nella religione del mercato, nella religione dei dati, nella religione dei social, nella religione dei diritti umani. … Non sappiamo se la super-religione sia voluta da Dio oppure se sia inventata dall’uomo, o un po’ da tutt’e due. In ogni modo essa è in sintonia con questo tempo di obiettivi globali, di azione globale, di paure e ambizioni globali. E’ super, la religione contemporanea, anche in questo senso, giacché è causa ed effetto di un’umanità che ha bisogno di più, in quantità e qualità di risorse, per fronteggiare l’emergenza climatica, la povertà, le ingiustizie. La super-religione è quindi la religione dell’ambiente, del pianeta, dello sviluppo sostenibile, dove, ancora, sono inscindibili da un lato il ridefinirsi delle religioni con il loro capitale morale e materiale in funzione della sostenibilità e dall’altro il contestuale ridefinirsi della sostenibilità come religione.»

3. Come porsi di fronte alla super-religione?

Cosa pensare circa l’ipotesi della formazione di una super-religione? Tante le domande e molte anche le posizioni e le opposizioni circa questa eventualità. E’ proprio un progetto divino che le fedi convergano in un’unica grande casa? Qualcuno, come il parlamento delle religioni mondiali, è già orientato il tal modo, ma contemporaneamente ci sono anche coloro che si oppongono contro l’ipotesi della super-religione che andrebbe per forza di cose a snaturare le religioni esistenti. A parte il fatto che non tutti sono convinti che si stia davvero andando verso una super-religione, «il sostegno alla super-religione può poi avere una motivazione politica, in particolare tra gli attori governativi che non credono più nell’interlocuzione con una sola religione e che salutano nella super-religione la condizione per politiche pubbliche multi-religiose e inclusive. Infine la super-religione può essere sostenuta da chi ritiene che lo sviluppo sostenibile non potrà essere efficacemente costruito se esso non diventerà una religione e se le religioni non si fonderanno per la causa.»

Secondo l’autore, non si possono superare la violenza, né sostenere lo sviluppo e in qualche modo governare o progettare il futuro senza andare verso una super-religione. Il mondo che verrà, secondo l’autore, necessita della super-religione. Per molti, essendo Dio ancora potente, è da controllare in ogni caso sia che si pensi che sia utile alla propria causa, sia che lo si veda come un nemico. E’, anzi, da ingaggiare se si vogliono ottenere determinati risultati: per la tutela della libertà religiosa, per la politica estera che deve muoversi secondo una dimensione internazionale, per il reciproco dialogo tra istituzioni religiose e secolari, per poter coinvolgere come partner gli attori religiosi e per il dialogo interreligioso «sintesi e culmine degli assi precedenti. … Per il suo impatto sulla società globale, per la sua trasversalità rispetto alle fedi, per la sua vocazione a inglobare tutta la religione e tutte le religioni, la mano del Dio contemporaneo spinge i credenti gli uni verso gli altri.» «Sta cambiando profondamente un mondo che ha tre volte bisogno della super-religione, per la pace, per lo sviluppo e per il futuro. Per ognuno dei tre bisogni siamo nelle mani di Dio. Dalla mano armata dipendono la guerra e la pace, dalla mano invisibile la povertà e la ricchezza, e dalla mano aperta il programma e la realtà.»

Esiste per davvero il bisogno di superare l’esistente, ma in che misura e secondo quali criteri? Mi fa paura pensare che sia l’uomo a stabilirli anche perché non mi pare che ci sia un accordo sostanziale circa le politiche da perseguire. Sentiamo il bisogno di allargare tanti confini, ma vediamo anche la realtà di molti tentativi di invasione da parte di potenze, logiche di mercato e voglia di supremazia. Per quello che mi riguarda, spero sia Dio, la sua mano invisibile a guidarci. E’ meglio aggrapparsi alla sua mano e sognare un mondo nuovo, una realtà altra diversa da quella che potremmo mettere insieme sommando le nostre conoscenze e sfruttando le nostre previsioni. Solo ritrovando il vero senso di Dio, e non una nuova religione, possiamo guardare al futuro con occhi diversi.

Fra Roberto Giraldo

Casa per la pace Milano

“Il mondo ha bisogno di persone che investano nella pace quanto altri investono nella guerra” (M.K.Gandhi)

Cos’è Casa per la Pace Milano?

Casapace Milano è un’associazione di promozione sociale nata nel 2000 dall’incontro di diverse organizzazioni locali già esistenti, tra le quali il Gruppo Pace di Sant’Angelo, con decenni di esperienza nel campo della promozione della pace e della gestione nonviolenta dei conflitti. Piergiorgio Mora, che non c’è più, Antonio Brocca, un grande generoso vecchio e Pierluigi Rossi, con un piccolo gruppo di giovani, sono stati i promotori dell’iniziativa nella comunità. Casapace si può definire come un laboratorio permanente di pratiche nonviolente, attraverso la facilitazione, la formazione, il teatro sociale, l’azione nel territorio con iniziative in rete locali e globali.

Tutti i progetti e le azioni di Casapace sono volti alla facilitazione di processi di trasformazione dei conflitti, al contrasto delle diverse forme di discriminazione, all’empowerment delle persone a rischio di marginalizzazione e allo sviluppo di una comunità educante nella quale siano garantiti il rispetto dei diritti umani, dell’ambiente e la giustizia sociale.

LE AZIONI

Il Centro Documentazione “Pace & Dintorni”

Negli anni abbiamo raccolto più di 2.000 volumi su argomenti che ci riguardano: economia, ecologia, conflitti, educazione, violenza, nonviolenza, mafia… Tanta roba bella in prestito.

I volontari del Corpo Europeo di Solidarietà e del Servizio Civile

Negli ultimi 12 anni Casapace ha ospitato circa una 30 di volontari europei e una quindicina di Serviziocivilisti. Una presenza importante che  durante un anno sostiene il lavoro di casapace,  portando  domande, idee, energia, conflitti, stimoli, opportunità… Il Blog SVE del nostro sito accoglie molte delle loro interessanti esperienza. Ricordiamo con affetto che Piergiorgio Mora ogni anno li portava a conoscere Milano e che Antonio ha ospitato gratis per tanti anni nel suo appartamento.

Gli interventi nelle scuole e formazione di adulti

Sogniamo che le scuole diventino un luogo dove si “sta bene”, dove i conflitti vengono trasformati in opportunità di crescita, dove si comunica in modo efficace. Fare diventare la scuola una comunità educante, dove si impara, insieme, a partecipare nel mondo, perché questo diventi più giusto, più inclusivo, più bello.  Nella formazione proponiamo un insieme di metodi attivi ed esperienziali che si avvalgono del lavoro di gruppo, dove attraverso dinamiche, giochi, simulazioni, discussioni e tecniche teatrali, gli studenti imparano a condividere i propri vissuti e le proprie emozioni, al fine di acquisire nuove consapevolezze e capacità di scegliere comportamenti diversi

Il progetto ‘Oltre confine’

Lavorare sui micro conflitti è tutto sommato facile. Rapportarsi con le violenze strutturali è più faticoso. Cerchiamo di conoscere, analizzare, capire alcune realtà e, per quanto ne riusciamo, a sostenere le vittime: l’occupazione  della di Palestina e la durissima situazione dei migranti che vogliono arrivare in Italia facendo la ruta balcanica, sono due dei progetti che seguiamo da anni.

Il ‘Teatro dell’Oppresso’

Il Teatro dell’Oppresso (TdO) è una raccolta di strumenti teatrali nato, durante i tempi della dittatura brasiliana, dalla necessaria ricerca di nuovi processi di creazione e discussione collettiva. E’ innanzitutto un attrezzo pratico e creativo che può essere utile per creare insieme uno spazio di apprendimento e sperimentazione rispetto alle oppressioni e alle ingiustizie della vita quotidiana, anche attivando lo spettatore ponendolo al centro del lavoro teatrale.

Lo ‘Sviluppo di comunità’

La sede della Casapace è nel quartiere Corvetto, periferia sud della città. Lo scopo dello sviluppo di comunità è il miglioramento di un quartiere per tutti i suoi abitanti grazie alla partecipazione di tutti. Orienta le azioni e le competenze di individui e di gruppi perché possano esprimere le proprie capacità e le proprie risorse nella ricerca collettiva di soluzioni e di risposte ai bisogni e desideri che emergono dal luogo dove vivono.

La scuola di italiano per stranieri

L’accoglienza di persone che svolgono Lavori di Pubblica Utilità come alternativa al carcere.

La partecipazione attiva alla ‘Rete Corvetto’ ( una realtà interessantissima, un tentativo di coordinare il terzo settore della zona, attraverso una struttura leggera che permette lo scambio e l’ottimizzazione delle risorse di tutte le organizzazioni partecipanti, con lo stesso scopo dello sviluppo di comunità)

La tenda del silenzio

Durante anni Casapace ha contribuito e sostenuto logisticamente e con contributi formativi la Tenda del Silenzio, iniziativa che una volta all’anno consente di sperimentare e condividere uno spazio di preghiera aperto a tutte le religioni.

Casapace esiste  grazie a tanti sostenitori, fra i quali la Comunità Sant’Angelo che negli anni ha accompagnato i progetti e le iniziative, condividendone valori di riferimento e obiettivi.

Capire ciò che celebriamo

IlTriduo pasquale” inizia con la Messa serale del Giovedì santo, ha il suo fulcro nella Veglia pasquale e termina con i Vespri della domenica di Pasqua. Di per sé corrisponde ai tre momenti di morte, sepoltura e risurrezione del nostro Signore.

Con la Messa vespertina del Giovedì santo celebriamo l’istituzione dell’eucaristia. Nel rito eucaristico Gesù anticipa l’offerta di se stesso in prospettiva di vittoria, guardando cioè verso la risurrezione. Prima della morte, Gesù affida alla sua Chiesa “il nuovo ed eterno sacrificio” perché venga perpetuato in sua memoria. Siamo così invitati a nutrirci al convito nuziale del suo amore.

 Il Venerdì santo celebra la morte vittoriosa del Signore. Ciò è proclamato nella Passione secondo Giovanni, che racconta di un Gesù “elevato” o “innalzato” sia sulla croce e sia alla gloria. E questo ci vuole ricordare anche l’adorazione della croce che nell’antifona iniziale dice “dal legno della croce è venuta la gioia in tutto il mondo”.

Il Sabato santo.  Siamo invitati a fare nostro e prolungare l’atteggiamento delle pie donne che, dopo la sepoltura di Gesù, stavano “sedute di fronte alla tomba” (Mt 27,61).  La raccomandazione di sostare presso il sepolcro è in vista dell’attesa della risurrezione del Signore. Un tema specifico, anche se un po’ messo da parte, oltre al riposo di Cristo nel sepolcro, è la sua “discesa agli inferi”. Si tratta di un articolo fondamentale della nostra fede per cogliere il senso profondo della Pasqua: Cristo incontra Adamo e gli altri giusti che giacciono “nelle tenebre e nell’ombra di morte”: ad essi il Redentore annuncia la salvezza e apre le porte del regno dei cieli. «Due le realtà espresse: Cristo è veramente morto ed è rimasto anche nello stato di morte, è entrato nel regno dei morti, che la Scrittura chiama “inferi”. Gesù nella sua morte ha abbracciato senza restrizioni il tragico destino dell’uomo. Ma la solidarietà di Cristo con gli uomini non è solo dentro la morte, ma anche oltre la morte: Egli ha vinto la morte e ha aperto agli uomini di tutti i tempi, da Adamo in poi, la via della speranza e della salvezza. E’ quanto esprime l’inno delle Lodi mattutine del Tempo di Pasqua: “Dagli abissi della morte / Cristo ascende vittorioso / insieme agli antichi padri”.»

La Veglia pasquale. «Il simbolismo fondamentale di questa Veglia pasquale è quello di essere una “notte illuminata”, anzi una “notte vinta dal giorno”, dimostrando mediante i segni rituali che la vita della grazia è scaturita dalla morte di Cristo.» La Veglia si fa di notte per simboleggiare il passaggio dalla notte al giorno radioso. «La celebrazione vigiliare introduce i partecipanti nella contemplazione della Pasqua in tutte le sue dimensioni: la liturgia della luce o “lucernario” (benedizione del fuoco nuovo, accensione del cero pasquale e canto dell’Exultet o annuncio pasquale) celebra la Pasqua cosmica, che segna il passaggio dalle tenebre alla luce; la liturgia della Parola ( con sette letture dell’Antico Testamento più due del Nuovo) celebra la Pasqua storica evocando i principali momenti della storia della salvezza; la liturgia battesimale celebra la Pasqua della Chiesa, popolo nuovo suscitato dal fonte battesimale; la liturgia eucaristica celebra la Pasqua perenne ed escatologica con la partecipazione al convito eucaristico, immagine della vita nuova e del regno promesso. …

Si noti che tutto il significato del Triduo pasquale sta nel suo dinamismo interno di “passaggio”, di avvio e inizio di un nuovo stato di cose, di una nuova situazione che si instaura proprio in forza degli eventi commemorati nei giorni del Triduo.»

Il passaggio non è automatico, non è per nulla scontato: bisogna passare attraverso la notte e saper attendere il giorno; bisogna sostare nel mistero del dolore e della morte. Soprattutto, abbiamo bisogno di crescere nella fede per scorgere la presenza viva di Gesù nella nostra storia. (da AUGÉ M., L’anno liturgico. È Cristo stesso presente nella sua Chiesa, Libreria Editrice Vaticana 2009, p. 140-150)

I frutti della Comunità: il Centro Internazionale HelderCamara

Ogni uomo, con le sue azioni e con le sue omissioni, è responsabile del destino dell’umanità. (Helder Camara)

COME NASCE

Il Centro Internazionale Helder Camara (CHC) Onlus nasce nel 2000 nell’ambito della Comunità Ecclesiale di Sant’Angelo, costruita intorno alla messa delle 11 celebrata da padre Cesare Azimonti dell’Ordine dei Frati Minori Francescani, frate del Convento di Sant’Angelo, nel cuore di Milano.

E nasce su spinta e impulso dell’ingegner Gianfranco Stella, un visionario appassionato, fondatore, padre e anima di questa associazione, voluta come segno profetico e concreto del Giubileo che si svolse quell’anno.

La Comunità si raccolse allora intorno all’idea di Gianfranco, che era quella di dar voce a chi non l’aveva, di fare da amplificatore ad iniziative che, nel mondo, si rivolgevano in particolare a minori, bambini e ragazzi, vittime di violenza o semplicemente di situazioni di deprivazione e povertà educativa. E colse come indicazione programmatica il pensiero e l’azione di dom Helder Camara, vescovo brasiliano promotore di una lotta non violenta ma efficace per superare le ingiustizie che, soprattutto in alcuni contesti del pianeta, rendono la vita sempre più disumana.

Negli anni le azioni dell’associazione si sono diversificate, ma la missione è sempre rimasta la stessa: dare voce a chi non ne ha, battersi con azioni concrete perché le persone, ovunque si trovino, abbiano stessa dignità e stessi diritti. E fare cultura su questi temi, coinvolgendo mondi diversi, ma orientati a diffondere un’idea di fraternità, a proporre cambiamenti a partire dalla costruzione di una società più giusta. (Link ai cicli dei “mercoledì”)

CHI SIAMO

Il Centro Internazionale Hélder Camara (CHC) è un’associazione di volontariato – ODV (ex ONLUS) legalmente riconosciuta, indipendente e laica, che si propone di tener viva la testimonianza profetica e l’insegnamento di dom Hélder Camara (link), con attenzione particolare ai valori della giustizia e della pace.

I soci sono persone con esperienze e formazione diverse, che condividono missione e valori dell’associazione.

La missione e i valori

Il CHC è un’associazione che crede nei principi di equità, responsabilità, solidarietà, partecipazione.

In accordo con i principi promulgati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (link) e con quelli contenuti nella Costituzione della Repubblica Italiana (link), intende:

promuovere il rispetto della giustizia, della legalità, dei diritti e delle libertà fondamentali, senza distinzioni di etnia, sesso, età, lingua e religione

favorire la laicità, il dialogo tra i popoli e tra le culture

valorizzare e rafforzare le culture locali e le competenze delle comunità.

I PROGETTI

Negli anni le attività e i progetti del CHC si sono sviluppate su due fronti, l’impegno diretto a sostegno di comunità bisognose, in diversi Sud del mondo e la sensibilizzazione del contesto sociale.

A partire dal progetto Giovani Cittadini di un Unico Mondo, che ha visto coinvolte anche realtà in Congo e Zambia, sono seguiti i progetti a sostegno degli ex bambini di strada di Padre Kizito in Kenya e soprattutto la collaborazione con la Comunità di Kwama, in Sierra Leone, con cui si è costruito nel tempo un rapporto privilegiato di amicizia e collaborazione.

Parallelamente sono state realizzate azioni per la sensibilizzazione del contesto italiano, con interventi nelle scuole, realizzazione di convegni e conferenze, progetti di promozione dei diritti e la costante promozione dei valori di giustizia e pace attraverso le nuove tecnologie.

Perché la Sierra Leone

Un incontro quasi casuale, ma provvidenziale. Dopo la conclusione della feroce guerra civile che aveva insanguinato la Sierra Leone per oltre 10 anni, lasciando un paese in macerie, distrutto non solo materialmente, ma anche moralmente, venne a Milano e fu ospitato in Sant’Angelo padre Giuseppe Berton, missionario saveriano da una vita in quel paese. Padre Berton raccontò la situazione drammatica nella quale si trovavano le migliaia di bambini soldato arruolati dai contendenti, bambini ai quali era stata rubata l’infanzia, addestrati ad uccidere senza pietà i loro stessi famigliari. Finita la guerra, questi bambini, spesso mutilati nel fisico, ma distrutti anche nello spirito e nella mente, avevano estremo bisogno di essere, se possibile, recuperati alla vita. Per questo obiettivo Berton aveva un progetto, quello di costruire case per famiglie che si facessero carico di questi ex bambini soldato e chiese, in quell’occasione, aiuto. Il Centro Helder Camara rispose e in poco tempo, nel villaggio di Kwama, non distante dalla capitale Freetown, furono costruite 70 casette, che resistono ancora, per ospitare famiglie accoglienti e ragazzi reduci dalla guerra.

E questo è stato l’inizio.

Conoscendo la realtà e i suoi bisogni, l’impegno dell’associazione è andato via via ampliandosi e nel corso degli anni è stata creata una rete di 16 villaggi sempre nell’entroterra rurale delle capitale, la Community Based Organization (C.B.O.) formalizzata poi nel Kwama Community Development Programmes (KCDP), diventata il nostro interlocutore sul territorio.

E negli anni l’impegno si è moltiplicato:

  • a partire dai bisogni igienico/sanitari, ogni villaggio è stato dotato di un pozzo per l’acqua potabile, sono state costruite latrine per i villaggi e per le scuole,
  • è stato organizzato un centro di formazione professionale per sarti, falegnami, fabbri, muratori, informatici (foto)
  • si è costruito un centro comunitario polivalente per la vita sociale
  • aperto uno show-room per la vendita di prodotti locali
  • si è dato sostegno all’attività dell’unico ambulatorio medico presente sul territorio
  • un centro educativo per la promozione delle attività agricole e la fornitura di input agricoli tramite il micro-credito
  • l’acquisto di strumenti per la coltivazione, un piccolo trattore, macchine per la lavorazione di riso e cassava, sementi, concimi, antiparassitari, sempre in dimensione comunitaria
  • l’acquisto di un pick-up per il coordinatore, i trasporti e gli scambi tra villaggi
  • dopo Ebola, la costruzione di una casa per 10 bambini orfani e abbandonati per strada (casa Bethany)
  • poi, più di recente, l’impegno con le scuole, costruzione, ristrutturazione, arredamento, borse di studio ecc.

• Oggi la Comunità di KWAMA raggruppa circa 10.000 persone che vivono in 16 villaggi; sono nate 20 “community farm” per 400 agricoltori ed è stato costituito un fondo economico comune, alimentato dalle varie attività comunitarie ed utilizzato per le priorità riconosciute nelle riunioni dei capi villaggio dopo aver consultato la popolazione. Il coordinatore locale, mr. Clement A. Kanu, è il nostro referente da 15 anni, ed è riconosciuto, ascoltato e perfettamente integrato nella comunità nella quale vive con la sua famiglia. Inoltre, dopo la partenza dei Missionari Saveriani, collaboriamo sul territorio con i padri David, Francis e Valery della Società delle Missioni Africane (SMA Fathers), in collegamento con l’ Arcivescovo di Freetown, che accompagna costantemente l’azione dell’associazione.

 In tempi più recenti, su sollecitazione e richiesta di amici sierraleonesi che vivono in Lombardia, abbiamo iniziato progetti in altri due villaggi, situati nel centro e nel nord del paese, Makonday e Mamanso Sanka, investendo soprattutto sulla scuola (vedi progetti specifici).

Pasqua festa di liberazione

Si preparano i giorni della Pasqua e il cuore è in ansia soprattutto in questo tempo di pandemia. La Pasqua è liberazione, è primavera, è inizio di vita nuova: tutte realtà che desideriamo e aspettiamo, soprattutto quest’anno.

C’è un crescere della Pasqua: anzitutto è primavera, è riprendere della luce, dei colori, dei sogni. È come il grande mantello che raccoglie e protegge cose ben più importanti.

Il cuore vero della Pasqua è la liberazione. Non piccolo tentativo nostro di aprirci, di farci migliori ma atto generoso di Dio che ci rende partecipi della prima grande liberazione di cui parla la bibbia: liberazione da una schiavitù politica, passaggio da un mare che seppellisce i nemici come segno di un nuovo inizio. Penso alla nostra confusione politica, al farsi acuta della crisi economica e chiedo al Signore che ci aiuti in quell’inizio di fraternità che nacque da quel suo primo intervento.

C’è poi la Pasqua di Gesù, la sua risurrezione che è nel cuore della fede della chiesa e che diventa il destino di tutti gli uomini, anche di quelli che sbagliano ma poi riaprono il cuore.

Ma la Pasqua di Gesù è la Pasqua dell’universo: ha strappato tutta l’umanità dal suo destino di morte ed è esperienza di liberazione per noi ogni giorno. Ecco perché la Pasqua è così bella, importante, decisiva. Gesù Risorto non è solo: prende per mano ognuno di noi.

padre Cesare Azimonti

Il gruppo America latina

Il Gruppo America Latina della Comunità di Sant’Angelo nasce nel 1976 in risposta a una domanda: la richiesta, un vero dono, viene rivolta alla nostra Comunità durante il periodo di Avvento, dalla Comunità brasiliana di Itaguarù (Stato del Goiàs) attraverso Luisella Ancis, una volontaria laica italiana, tuttora residente in Brasile.

Nasce così il «Gruppo Brasile», che diventerà gruppo America Latina nel 1992, per avere risposto a un’altra chiamata, a un appello di Padre Rutilio Sánchez (collaboratore di Mons. Oscar Romero) che chiedeva sostegno per le comunità impoverite e dilaniate dalla guerra civile in El Salvador.

Le ragioni e il senso del gruppo stanno così nelle origini e nel suo cammino: l’incontro e la solidarietà fra persone che si fa incontro fraterno di comunità, per poi diventare cammino di chiese sorelle.

Nel corso degli anni, la Comunità di Sant’Angelo ha accompagnato e sostenuto l’opera di Luisella Ancis e di Frei Fernando de Brito, quando insieme lavoravano alla coscientizzazione e animazione della piccola comunità rurale di Itaguarù. Abbiamo continuato a sostenere Luisella nel suo servizio ai più poveri e ai più piccoli, a Volta Redonda, cittadina industriale vicina a Rio de Janeiro e poi a Belo Horizonte dove attualmente anima la Ong IUNA, che si occupa di minori a rischio e delle loro famiglie del bairro Saudade, una delle favelas più grandi e problematiche della città. Attualmente IUNA accoglie ogni giorno circa 250 bambini e adolescenti, a cui offre corsi di Capoeira, un aiuto scolastico di sostegno, l’insegnamento dell’informatica, visite a musei, corsi di musica, di danza e di narrativa, e corsi di formazione professionale. Viene anche offerta una merenda ai bambini della favela, che spesso costituisce il loro unico pasto quotidiano.

Frei Fernando, domenicano brasiliano che ha sopportato nella sua carne le ferite del carcere e della tortura infertegli dalla dittatura militare, ci ha insegnato l’importanza dell’amore per la terra e le sofferenze della sua riconquista, con la sua opera di organizzazione delle lideranze sindacali e con l’infaticabile azione in difesa dei perseguitati; e ci ha poi consentito di scoprire il senso profondo dell’ascolto e dell’apertura all’ecumenismo, quando la sua missione lo ha condotto a Bahia.

Nel corso degli anni abbiamo dato ascolto alle invocazioni di aiuto dei Sem Terra, accompagnando il percorso di formazione di Otacilio, Alair e altri amici del sindacato della terra, per diventare leaders sindacali agrari.

L’appoggio alla riconquista della terra, bene indispensabile alla vita di milioni di contadini, ci conduce ad appoggiare anche i progetti educativi dei Sem Terra nel Goias e l’opera di evangelizzazione e organizzazione di frate Rodrigo Peret Ofm in Minas Gerais (Brasile).

Grazie a Dom Tomas Balduino, per molti anni Vescovo in Goiàs a lato delle lotte dei poveri, abbiamo conosciuto e per molti anni accompagnato l’infaticabile lavoro degli operatori dell’Ospedale San Pio X di Ceres, fondato con l’esclusiva finalità di prestare assistenza medico-ospedaliera ai pazienti privi di risorse economiche. Contribuire all’acquisto di un macchinario per i raggi X, alla riparazione del tetto, all’apertura di un padiglione per una maternità umanizzata sono state occasioni, per la Comunità, di farsi prossimo a chi operava in condizioni proibitive per assistere fratelli altrimenti in abbandono totale.

La nostra amica Soave Buscemi, teologa biblista che ha scelto di vivere in Brasile oltre trent’anni fa per condividere vita e Bibbia con gli ultimi e gli impoveriti, ha condiviso con noi la domanda dei Senza Terra del sud del Brasile e poi la sfida di costruire, anche col nostro aiuto, la Casa Ecumenica Recriando a vida, che si trova nella periferia di Lages, nel quartiere marginale Gralha Azul. La Casa è nata per la volontà di offrire uno spazio di incontro e formazione per donne e madri di famiglia, che costituiscono, insieme ai loro figli, una fascia molto vulnerabile della società brasiliana. La Casa ha organizzato gruppi che lavorano per la produzione di biscotti e pane, sapone, artigianato e orti, in una logica di economia solidale che crea anche un piccolo reddito familiare.

Nel 1992 alla nostra comunità giunse la domanda, il grido, di El Salvador, il più piccolo paese del Centro America, martirizzato da 12 anni di guerra appena terminata, attraverso le voci e il volto di Padre Rutilio (Tilo) Sánchez e di Mariella Tapella. Ma dietro loro più di cinquanta comunità, uomini e donne sofferenti, a chiedere la condivisione di un cammino. Come potevamo rispondere no? E benedetto è stato il nostro sì, che ha preso le forme di forni solari, biblioteche popolari, adozioni a distanza, corsi biblici… Ancora oggi, accompagniamo la straordinaria e infaticabile opera di solidarietà, educazione e coscientizzazione sostenendo il lavoro di un promotore, figura di educatore che opera e vive nelle comunità. Ma il dono più bello viene da loro: l’incontro con la straordinaria figura di Monsignor Romero, la forza di una fede semplice che sa incarnarsi nella vita, la fraternità di comunità sorelle pur se distanti.

L’America Latina è il luogo dell’anima e dello spirito che ha dato il nome al nostro gruppo e ha costituito il volto di questa comunità: in questo senso è stata per noi come un battesimo, una rinascita comunitaria e personale, un’identità sempre nuova che ha segnato il cammino e le scelte dell’intera comunità di Sant’Angelo. In Brasile e in Salvador siamo andati «a scuola»: abbiamo viaggiato, incontrato il mondo impoverito, non per inviare aiuti, ma per accompagnare persone e comunità, ricercando le cause della povertà e delle situazioni di oppressione che incontravamo. 

Oggi continuiamo a sentirci interpellati da un continente ancora sotto assedio per troppe questioni rimaste irrisolte: una riforma agraria mai realizzata, l’agrobusiness che sottopone aree enormi a sfruttamento agricolo intensivo, lo sfruttamento minerario che inquina ed è causa di danni ambientali e umani incalcolabili. Per tutto questo, per i fratelli del Brasile e del Salvador che con fedeltà non vengono meno al loro impegno a fianco degli impoveriti, per la loro lotta in difesa della giustizia, anche noi teniamo fede alla nostra scelta di sostenere progetti, organizzazioni di base e comunità che hanno bisogno della nostra solidarietà. 

Abbiamo un debito di riconoscenza nei loro confronti. Abbiamo infatti ricevuto e continuiamo a ricevere più di quanto abbiamo creduto di dare: l’America Latina ci ha insegnato a muovere i primi passi verso una visione globale dell’umanità, visione che ci ha aiutato e ci aiuta ancora oggi a comprendere meglio la nostra realtà e a cogliere le nuove sfide e le speranze che le accompagnano: dalla teologia del pluralismo religioso all’impegno in difesa del diritto umano all’acqua, dalla sovranità alimentare all’ambiente. Novità di cammino che abbiamo riconosciuto prima là e poi qui, nel nostro cosiddetto primo mondo. 

Ma la novità più profonda che le comunità latinoamericane continuano a donarci, consiste anche nel farci capaci di riconoscere e credere nelle potenzialità dei piccoli e dei poveri; nel farci riconoscere che non siamo noi a dover agire per loro: sono loro stessi – e forse solo loro – che, insieme, potranno fare il Regno e mutare la storia. Noi siamo chiamati a farci loro fratelli, prossimi e minori, una volta tanto… 

Siamo chiamati a uno sguardo nuovo, una mente e un cuore libero, una concezione differente di vita felice e di bene condiviso; siamo chiamati a imparare da loro, che da quelle terre lontane continuano a darsi interamente per la giustizia, per la comunione, per una vita degna per tutti.

Per informazioni sui Progetti del Gruppo America Latina: mara.castelli@gmail.com

Gruppo America Latina

Una Buona Notizia: la vita come dono

La mia storia si potrebbe intitolare “Dalle notizie alla buona notizia” perché mentre pensavo di fare carriera come giornalista cercando la verità, la Verità del Vangelo ha trovato me.

Ma cominciamo dall’inizio: nel 2018 avevo 29 anni, lavoravo come giornalista, ero fidanzata da quattro anni e mezzo e la mia vita sembrava procedere su binari prestabiliti. Eppure, i conti della mia vita non tornavano mai: avevo tutto ma sentivo di non avere nulla, mi mancava sempre qualcosa. La mia fede, d’altra parte, era inesistente: non andavo a Messa da diversi anni e non credevo in Dio. Mi riusciva davvero difficile credere in un Creatore che guidava i miei passi e che prometteva una vita dopo la morte. Non riuscivo ad andare oltre la vista di un corpo mortale, eppure fin da piccola ero in ricerca di risposte. Col passare degli anni, le domande si sono fatte più insistenti e non mi facevano stare tranquilla; mi mettevano sempre alla ricerca di qualcosa (o meglio, di Qualcuno, anche se allora non lo sapevo). 
Desideravo una vita piena, così ho iniziato a cercare quella bellezza e quella libertà nei viaggi, nelle esperienze e nella conoscenza. Ma il tempo continuava a scorrere senza dare risposte, scivolando via dalle dita come sabbia e trascinando con sé amicizie, amori, luoghi, stagioni e paesaggi. L’unica destinazione possibile sembrava la fine di ogni cosa, senza nessun senso se non quello del caso. 

Allora non sapevo che le domande erano il modo con cui Dio mi parlava e mi chiamava. Le domande non mi lasciavano in pace perché… Dio non voleva lasciarmi in pace! Cercavo ed ero cercata. Non credevo nell’amore e senza saperlo ero amata. 

Così, nel 2018 Dio ha fatto la sua comparsa improvvisa nella mia vita, facendomi intuire, fin da subito, che quando si ha a che fare con Lui non esistono le mezze misure, cioè o lo ami con cuore indiviso o non lo ami. Una vera e propria “folgorazione sulla via di Damasco” che ha messo sottosopra la mia vita, perché passare dall’ateismo a una possibile consacrazione è un gran passo… anzi, è proprio un salto carpiato! Ma si sa, quello che è impossibile all’uomo è possibile a Dio, dato che le sue vie non sono le nostre vie.

Il Mistero di una chiamata e di qualsiasi vocazione penso sia così grande e al di fuori della nostra portata, che è impossibile cercare di spiegarlo in modo esauriente. Penso che questo Mistero sia come quello della vita: ne facciamo esperienza tutti i giorni, ci attraversa ma allo stesso tempo ci supera perché è molto più grande di noi. 

Questo per dire che, dopo quel primo incontro con il Signore, Lui ha lavorato il mio cuore in un modo che non so spiegare sempre razionalmente e che non smette di sorprendermi, però so che è successo. Per usare una metafora biblica, direi che ha fatto il lavoro del vasaio, mi ha modellato.

Da quel momento, comunque, sono passati circa due anni in cui Lui mi ha fatto aprire progressivamente gli occhi sulla realtà. La storia di San Paolo spiega come Dio agisce: Lui prima cerca l’uomo, che rimane “accecato” da questo incontro, poi gli mette sulla strada persone e strumenti che gli permettono di tornare a vedere. I nuovi occhi che si aprono sulla realtà, però, non sono più gli occhi di prima: lo sguardo è cambiato per sempre.

Ecco, nel corso di questi due anni ho avuto tante occasioni di incontro per comprendere la volontà del Signore (che coincide con i nostri desideri più profondi), in particolare la preghiera e i sacramenti. Ho capito che senza la Chiesa non c’è incontro, perché lì possiamo fare esperienza della presenza di Dio, del suo perdono, della Parola e delle relazioni con altri compagni di cammino. 

Così, di coincidenza in coincidenza (qualcuno le chiama “Dio-incidenze”), sono arrivata ad Assisi, dove ho ricevuto anche un mandato missionario per Betlemme, e poi al percorso delle 10 Parole. Il confronto assiduo con la mia guida spirituale mi ha aiutato a scorgere con più evidenza le parole che Dio voleva consegnarmi. Nella preghiera, i sacramenti, il volontariato, e anche attraverso gli incontri con fratelli e sorelle, Dio progressivamente ha confermato quell’intuizione iniziale. 

La vocazione non è una fede teorica o idealizzata, ma l’esperienza concreta di uno sguardo innamorato, di Qualcuno che si propone, si dona e chiede di donarsi senza paura e senza riserve. 

Ritornando alla metafora del vasaio, in questi due anni Dio ha lavorato moltissimo nel mio cuore, modellandomi per eliminare tutte le storture e per far emergere la vera bellezza che era in me. Eppure, tante volte ho cercato di oppormi alla Sua opera scappando o ribellandomi a Lui e a quello che io stessa sentivo e desideravo. E il Signore, come nel passo di Geremia, altrettante volte ha ripreso in mano l’argilla che si era guastata e si è rimesso pazientemente al lavoro. 

Dio sapeva che prima di seguirlo avrei dovuto sciogliere diversi nodi e avrei dovuto mettere ordine nella mia vita, così mi ha fatto camminare per oltre un anno nella Chiesa di Sant’Angelo. Considero il percorso delle 10 Parole come un vero e proprio dono da parte di Dio. Fin dal primo incontro ho capito di essere nel posto giusto, perché ogni catechesi sembrava scritta appositamente per me. Dicono che succede questo quando Dio vuole consegnarti una parola importante per la tua vita. 

E, visto che si arriva a un grande “Sì” attraverso tanti piccoli “sì” quotidiani, posso dire che il cammino delle 10 Parole sia stato uno dei “sì” più importanti nel mio percorso di discernimento.

Di recente sono entrata come aspirante tra le Clarisse Francescane Missionarie del Santissimo Sacramento a Bari, dove si trova la sede dell’accoglienza stabile, prima tappa del cammino. Il loro carisma viene detto “contemplattivo”, cioè contemplativo e attivo allo stesso tempo, perché si vive la preghiera con lo sguardo contemplativo di Santa Chiara e l’attività apostolica con il cuore missionario di San Francesco, il tutto con l’Eucarestia al centro. 

Insomma, da Milano a Bari, da atea a innamorata di quel Gesù in cui non credevo, da giornalista ad aspirante consacrata, prima con il microfono in mano, ora con la chitarra in mano… chi l’avrebbe mai detto! 

Penso che Dio abbia davvero tanta fantasia e anche un buon senso dell’umorismo, perché a volte gioca dei gran bei scherzetti. Di certo, quando ci si inizia a fidare di Lui, ad ascoltarlo e a seguirlo, la vita cambia. 

Se si ha il coraggio di mollare gli ormeggi e di prendere il largo, si può andare molto lontano con Lui. 

E magari quel “lontano” è nella propria città, ma fuori dai vecchi schemi e dalle proprie certezze, con occhi nuovi e con un cuore nuovo. A volte invece il distacco è più radicale e ci si ritrova in città e Paesi fisicamente lontani a fare cose che non si sarebbe mai pensato di fare. Quel che conta però non è tanto la geografia fisica, ma la geografia del cambiamento interiore, che porta verso la terra promessa della propria vocazione.

Questo viaggio avventuroso della fede non mette al riparo dal rischio, ma penso che il pericolo più grande sia quello di non partire mai e di rimanere nel porto per tutta la vita perché non si ha avuto il coraggio di vedere il mare aperto.

Alla fine, la verità più importante della vita è una sola, e il percorso delle 10 Parole mi ha aiutato a farne esperienza: Dio esiste, si è rivelato in Gesù e ci ama di amore eterno. Per usare il linguaggio giornalistico, è questa la notizia!

Cinzia