Cristologia

CASTILLO J. M., L’umanizzazione di Dio. Saggio di cristologia, EDB 2019

INTRODUZIONE

Il cristianesimo, a differenza delle altre religioni, racconta dell’unione di Dio con noi creature umane e non solo di una nostra relazione con Lui. Come spiegare l’unione tra umanità e divinità dal momento che sono realtà radicalmente diverse? Possono la luce e il buio formare un’unica cosa? Si può essere creatura e Creatore contemporaneamente?

E poi, cosa ne consegue con l’incarnazione di Dio in Gesù di Nazaret?

 Il fatto che Dio prende “carne”, cioè diventa uomo come noi, significa che Dio si umanizza in Gesù, o significa che l’uomo si divinizza? Ambedue. Ma come spiegarlo?

Di qui un altro interrogativo fondamentale per noi e per la chiesa. A partire dalla realtà della incarnazione di Dio in Gesù qual è la missione della chiesa e quella dell’uomo? Come la chiesa e l’uomo giungono alla salvezza? Si realizzano sul modello di Cristo? Sì! Ma secondo un progetto di umanizzazione o di divinizzazione? Entrambi, ma come spiegarli concretamente?

Purtroppo, spiegando questa verità fondamentale dell’unità tra il divino e l’umano in Gesù, per una serie di cause, abbiamo finito per privilegiare il divino e un linguaggio lontano dalla nostra vita. Si parla che Gesù Cristo è della stessa sostanza del Padre, hanno uguale natura tra loro, … ma come tocca la nostra vita tale verità?

 Perché trascuriamo di affermare con chiarezza che Dio, incarnandosi, ha preso la condizione di schiavo. E’ grave per la nostra vita non specificare con forza le modalità attraverso cui Cristo ci porta la salvezza. E in effetti, lo “svuotamento” di Dio non sembra avere molti riflessi nella nostra vita. Tutto sommato, vediamo Gesù più come Dio che come uomo finendo di riflesso:

per dare più importanza al celeste che al terreno,

per apprezzare di più lo spirito che la carne,

per considerare più importante amare Dio che amare gli esseri umani,

per sentire più rispetto per il sacro che per il profano,

per lottare con più ardore per presunti diritti divini che per quelli umani.

Come trovare una risposta equilibrata ed esauriente? Riconsiderando la nostra conoscenza di Dio, il rapporto tra Gesù e la religione, lo sviluppo della cristologia, Gesù che è diventato fattore di divisione tra gli uomini e la “violenza” con la quale presentiamo Cristo e la sua morte.

1. Conoscenza di Dio. Dai libri di teologia e da molti discorsi sembra che conosciamo di più Dio che Gesù. Quando ci chiediamo se Gesù è Dio, noi diamo per scontato di sapere già chi è Dio e com’è Dio. E, in definitiva, pretendiamo di poter applicare a Gesù ciò che sappiamo di Dio.E’ Dio che ci rivela Gesù o è Gesù che ci rivela Dio?  Il Figlio unigenito del Padre [Gesù] è lui che lo ha rivelato” (cf. Gv 1,18).

2. Gesù e la religione. Gesù si è scontrato con la religione avendo egli un progetto radicalmente diverso. Quale questo progetto? Per capirlo non bisogna partire dal “religioso” e dal “sacro”, ma dal laico e dal profano: da come ha vissuto Gesù.

Una cristologia che prescinda dalla condizione secolare e laica di Gesù non può capire cosa sia stata la vita di Gesù, come egli abbia vissuto la sua relazione con Dio e quale modello di religiosità egli abbia voluto insegnarci. Egli è vissuto come un laico, nell’ambito del “profano”, del “secolare”.

3. La cristologia politica nella chiesa antica. Sappiamo che il dogma cristologico è stato posto, discusso, definito e proclamato nei primi quattro concili ecumenici: Nicea (325), Costantinopoli I (381), Efeso (431) e Calcedonia (451). Si tratta di concili convocati, finanziati e ratificati dagli imperatori. Che ci siano stati dei condizionamenti politici che hanno influito sui dogmi?

            Se Gesù ha severamente biasimato “i governanti delle nazioni e i loro capi che le opprimono” (Mc 10,42 e par.), fino a che punto si possono analizzare i dogmi su Gesù, formulati in accordo con questi capi, e prescindere dal fatto che si tratta di una teologia accettata da coloro che Gesù ha ripudiato così aspramente?

4. Gesù come fattore di divisione. Non poche cristologie sono state scritte in modo tale da giungere alla conclusione che Gesù è l’unico (il solo) Salvatore e l’unico (il solo) Mediatore fra Dio e gli esseri umani. E’ senza dubbio il Salvatore e il Mediatore, ma esclude che Dio si serva di altre mediazioni o mediatori anche se non all’altezza di Gesù? Se Gesù è l’unico Salvatore e l’unico Mediatore fra Dio e gli esseri umani e la Chiesa, essa finisce logicamente per pensarsi come il “nuovo popolo di Dio”, il “nuovo popolo eletto”, preferito agli altri popoli e alle altre religioni. Così il vangelo, anziché unire gli esseri umani con le rispettive culture e tradizioni religiose, divide e fa scontrare gli uomini. Come in effetti è capitato.5. La violenza della cristologia. Spesso associamo la teologia della redenzione e quella della salvezza alla teologia della croce e del dolore e ciò serve più ad allontanare la gente dalla fede in Dio e in Gesù. Siccome questo tipo di teologia non affronta compiutamente il problema del male, fa sì che il tema della sofferenza si rivolti contro lo stesso Dio che facciamo assomigliare a un “dio-vampiro”, sadico e crudele.  Purtroppo, si continua a insegnare che Dio ha voluto la morte di suo Figlio, che ha avuto bisogno del dolore e del sangue di suo Figlio per salvarci dal peccato. Di conseguenza il messaggio che arriva alla gente è che la via più diretta e spedita per avvicinarsi a Dio è soffrire e privarsi di tante cose. Dio praticamente ha fatto della nostra vita un progetto di dolore e non un’offerta di pace, gioia e felicità.

Frate Roberto Giraldo

In chi o in che cosa crediamo?

Intendo qui dare seguito a qualche riflessione per poter rispondere all’interrogativo posto da Luciano Eusebi. Nel cercare di chiarire un po’ tutta la questione, mi rifaccio a uno studio che trovo molto interessante e che credo dia una risposta molto importante: CASTILLO J.M., L’umanizzazione di Dio. Saggio di cristologia, EDB 2019.

Generalmente, le religioni esprimono e spiegano le relazioni che gli esseri umani hanno con Dio. Il cristianesimo, oltre a vivere tale relazione, afferma l’unione di Dio con le creature umane. In Gesù Cristo Dio si è incarnato e si è fatto uomo. Come è possibile ciò dal momento che umanità e divinità sono realtà infinitamente diverse e riguardano ambiti radicalmente distinti? E’ possibile unirli senza snaturarli o senza far sì che uno prevalga e snaturi l’altro? Dalla soluzione di questo interrogativo, dipende la risposta al “chi o al cosa crediamo” e anche al come possiamo salvarci.

Cosa succede quindi con l’incarnazione di Dio in Gesù? Il fatto che Dio prende “carne”, con tutto il carico di negatività che tale termine include e diventa uomo come noi, comporta un processo di umanizzazione per Dio in Gesù, o significa un processo di divinizzazione per l’uomo? Ambedue. Ma come spiegare ciò concretamente?

Purtroppo, spiegando questa verità fondamentale dell’unità tra il divino e l’umano in Gesù, per una serie di cause, abbiamo finito per spiegare tutto con un linguaggio lontano dalla nostra vita: un linguaggio metafisico che parla di essenza, sostanza, natura, ma non dice realisticamente come Dio in Gesù sia divenuto uomo arrivando a prendere la condizione di schiavo.

E’ grave per la nostra vita e il nostro stile di vita non specificare con forza le modalità con cui Cristo ci porta la salvezza. E in effetti, lo “svuotamento” o annichilimento di Dio, non sembra avere molti riflessi nella nostra vita. Tutto sommato, il linguaggio usato ha finito fare apparire Gesù più come Dio che come uomo, finendo di riflesso:

per dare più importanza al celeste che al terreno,

per apprezzare di più lo spirito che la carne,

per considerare più importante amare Dio che amare gli esseri umani,

per sentire più rispetto per il sacro che per il profano,

per lottare con più ardore per presunti diritti divini che per quelli umani.

            Dobbiamo riandare a considerare quanto Gesù ci dice di Dio per riscoprire quanto Dio sia originale, sorprendente e tanto vicino a noi.

Frate Roberto Giraldo

Un bel problema: in chi crediamo?

Da parecchio tempo mi sto chiedendo come mai molte delle persone che vengono in chiesa hanno una vaga, meglio sarebbe dire confusa, idea del Dio in cui crediamo. Non parliamo, poi, dei punti più salienti della nostra fede. Sono anche sempre più convinto che sia necessario rivedere il concetto di Dio che andiamo predicando da secoli. Comparandolo con il volto di Dio predicatoci da Gesù, mi pare davvero necessario che si debba rivedere più di qualche cosa.

Mi conforta in questo mio cercare, un articolo di Luciano Eusebi, che si definisce un non teologo, apparso nell’ultimo numero di Regno attualità (16/2022) dove si chiede: “In che cosa crediamo?”, e dove pone un interrogativo che merita una attenta presa di coscienza. “Non sono un teologo; ma da fedele laico avverto da tempo l’esigenza che la Chiesa affronti seriamente il problema di lasciar intendere, oggi, in che cosa credono i cristiani. Superando l’alibi della secolarizzazione, che consente di riferire ad extra ogni responsabilità per la diffusa indifferenza religiosa: davvero siamo incompresi, o piuttosto non ci facciamo comprendere?”

E’ soprattutto questo secondo interrogativo a preoccupare e a essere ritenuto centrale dall’autore dell’articolo citato. Egli è convinto che “la diffusione della stessa fede cristiana non può che dipendere dal saper rendere chiaro, secondo un linguaggio capace d’interpellare ciascun individuo, il significato dei testi sacri o dottrinali e, in tal modo, dal saper motivare a credere (cf. 1Pt, 3,15). … Un’esigenza, quella dello spiegare, che non investe solo i testi veterotestamentari, ma anche i brani dei Vangeli, i quali costituiscono il frutto di elaborazioni catechetiche delle prime comunità cristiane e i cui linguaggi – specie quando tali brani sono estratti, come monadi, dall’intero – possono ben indurre a equivoci anche gravi (non diversamente dagli altri scritti del Nuovo Testamento).

E lo stesso vale per le preghiere fondamentalissime del cristiano, che molti, tuttora, non hanno dimenticato, come ancor più per il credo, che pure dovrebbe costituire la sintesi – il manifesto – della fede. Ma vale anche rispetto ai contenuti delle liturgie, che andrebbero resi percepibili oltre i confini ristretti di chi tuttora le frequenta, e in particolare ai più giovani. Né si può trascurare il bisogno di tracce per la preghiera e per l’ascolto della parola di Dio che non s’identifichino con le modalità della Liturgia delle ore, realisticamente inadatte alle dinamiche di vita della maggioranza dei fedeli”.

A volte penso che lungo i secoli, per una serie di cause concomitanti, la fede cristiana si sia trasformata troppo in una religione, cioè in un insieme di potere, di norme religiose, istituzioni, rituali e comportamenti etici.

Siamo di fronte a un problema reale a cui tutti dobbiamo rispondere insieme unendo le nostre esperienze e la nostra sete di verità.

Frate Roberto Giraldo

Dal Vaticano II a Papa Francesco: un percorso di conversione

Sessant’anni fa, esattamente l’11 ottobre del 1962, si apriva il Concilio Vaticano II, voluto da Papa Giovanni XXIII, che, nel giorno dell’inaugurazione, pronunciò quel “discorso della luna” rimasto nella mente e nel cuore di chi ebbe la fortuna di ascoltarlo: l’invito tenerissimo a portare ai bambini la carezza del Papa, a dire una parola buona a chi è nella tristezza. Una svolta anche comunicativa, un cambiamento profondo la cui portata si sarebbe compresa solo col tempo. Molto documenti furono emessi dal Concilio, alcuni dei quali rivoluzionari per la loro novità. La Costituzione sulla Chiesa ad esempio, che ne ribaltò il concetto, da società perfetta fondata sulla gerarchia a popolo di Dio in cui ogni battezzato è parte importante, e la gerarchia è al servizio della comunità cristiana centrata sul Vangelo. Anche la Gaudium et spes, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, pur legata al tempo storico in cui fu redatta, resta un testo di grande attualità, dichiara che “ le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. E nel genuinamente umano sono compresi persona umana, matrimonio, famiglia, cultura, economia, politica, nazionale e internazionale. Fino alla condanna della “guerra totale”, come oggi è di fatto ogni guerra.

Un padre conciliare dei più progressisti e ascoltati, il domenicano  Yves Congar, affermava allora che il Concilio si sarebbe capito pienamente 50 anni dopo. 

E infatti finalmente è arrivato Papa Francesco, la cui pastorale richiama pienamente il Concilio, dalla sinodalità che si rifà alla “Lumen Gentium”, quel camminare insieme consacrati e battezzati, all’attenzione agli scarti del mondo, per realizzare quella chiesa dei poveri avviata dal Concilio.

Papa Francesco non solo ha portato nella chiesa la vita, quella reale, quella concreta, fatta di sofferenze, di paure, di ingiustizie, proprio in tutti quegli ambiti considerati dal Concilio, ma ha preso anche posizioni forti e chiare su temi e problemi emersi negli anni, in particolare quello dei migranti, affrontata dal Papa con una fermezza e un coraggio che non possono lasciarci indifferenti.

Domenica 9 ottobre, in occasione della canonizzazione del vescovo Scalabrini, che si schierò dalla parte di chi emigra, Papa Francesco ha usato parole durissime, quasi scandalose “ l’esclusione dei migranti è criminale, li fa morire davanti a noi, e così oggi abbiamo il Mediterraneo che è il cimitero più grande del mondo. L’esclusione dei migranti è schifosa, è peccaminosa, è criminale….non aprire le porte a chi ha bisogno……Chiediamoci quanto siamo davvero comunità aperte ed inclusive verso tutti, chiediamoci se abbiamo un atteggiamento accogliente- non solo con le parole ma con gesti concreti- verso chi è lontano, verso tutti coloro che si avvicinano a noi sentendosi inadeguati a causa dei loro trascorsi percorsi di vita”

Domande inquietanti che risuonano nelle coscienze. Siamo noi, cristiani del ventunesimo secolo, capaci di fare dell’accoglienza e della cura del prossimo la propria bussola evangelica? Siamo, in ogni circostanza della vita, capaci di riconoscere l’importanza degli altri, vincendo l’insoddisfazione e l’indifferenza che ci abbruttiscono il cuore? Siamo capaci di stupirci, di dire grazie, di riconoscere le meraviglie del Signore? 

Questo povero vecchio Papa, che anche nella scelta del nome ha affermato la sua volontà di mettersi, come Francesco, dalla parte degli scarti del mondo, ci guida anche oggi ad una piena attuazione del Concilio. A noi la responsabilità di ascoltarlo e seguirlo.

Rosanna Tommasi

VII Congresso dei Leader religiosi

Il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali a cui ha partecipato anche Papa Francesco (13-15 settembre), si è svolto nel Palazzo dell’Indipendenza a Nur-Sultan, capitale della Repubblica del Kasakistan. Si tratta di un avvenimento importante: iniziato per la prima volta nel 2003 si è poi succeduto ogni tre anni – nel 2006, 2009, 2012, 2015 e 2018 – fatta eccezione per quest’ultimo che è stato posticipato di un anno a causa della pandemia.  Suo scopo: “Il ruolo dei leader delle religioni mondiali e tradizionali nello sviluppo spirituale e sociale dell’umanità nel periodo post-pandemico”. Papa Francesco era ben cosciente dell’importanza di partecipare a questo evento anche per la situazione che stiamo vivendo: “Dopodomani partirò per un viaggio di tre giorni in Kazakistan, dove prenderò parte al Congresso dei capi delle religioni mondiali e tradizionali. Sarà un’occasione per incontrare tanti rappresentanti religiosi e dialogare da fratelli animati dal comune desiderio di pace: pace di cui il nostro mondo è assetato”. Credo opportuno riportare alcune riflessioni che il Papa stesso ha pronunciato nel suo ultimo discorso davanti i molti capi religiosi.”La Dichiarazione del nostro Congresso afferma che l’estremismo, il radicalismo, il terrorismo e ogni altro incentivo all’odio, all’ostilità, alla violenza e alla guerra, qualsiasi motivazione od obiettivo si pongano, non hanno nulla a che fare con l’autentico spirito religioso e devono essere respinti nei termini più decisi possibili – continua il Papa riferendosi alla Lettura del Documento finale – Il Kazakhstan, nel cuore del grande e decisivo continente asiatico, è stato il luogo naturale per incontrarci. La sua bandiera ci ha rammentato la necessità di custodire un sano rapporto tra politica e religione. No alla confusione, dunque. Ma “no” anche alla separazione tra politica e trascendenza, in quanto le più alte aspirazioni umane non possono venire escluse dalla vita pubblica e relegate al solo ambito privato”.”Occorre soprattutto impegnarsi perché la libertà religiosa non sia un concetto astratto, ma un diritto concreto. Difendiamo per tutti il diritto alla religione, alla speranza, alla bellezza: al Cielo. La via del dialogo interreligioso è una via comune di pace e per la pace, e come tale è necessaria e senza ritorno. Il dialogo interreligioso non è più solo un’opportunità, è un servizio urgente e insostituibile all’umanità”. Altra affermazione importante è la precisazione di quale sia il punto di convergenza dei credenti: “l’essere umano concreto, indebolito dalla pandemia, prostrato dalla guerra, ferito dall’indifferenza! L’uomo, creatura fragile e meravigliosa, che senza il Creatore svanisce e senza gli altri non sussiste!”. “Si guardi al bene dell’essere umano più che agli obiettivi strategici ed economici, agli interessi nazionali, energetici e militari, prima di prendere decisioni importanti”.E ancora: “Per compiere scelte che siano davvero grandi si guardi ai bambini, ai giovani e al loro futuro, agli anziani e alla loro saggezza, alla gente comune e ai suoi bisogni reali. E noi leviamo la voce per gridare che la persona umana non si riduce a ciò che produce e guadagna; che va accolta e mai scartata; che la famiglia, in lingua kazaka ‘nido dell’anima e dell’amore’, è l’alveo naturale e insostituibile da proteggere e promuovere perché crescano e maturino gli uomini e le donne di domani”.Due i cardini su cui si fondano le religioni: la trascendenza, “forza nascosta che fa andare avanti il mondo”, e la fratellanza, la prossimità, “perché non può professare vera adesione al Creatore chi non ama le sue creature”.Sulla stessa linea va anche il documento finale siglato a Nur-Sultan: “L’estremismo, il radicalismo, il terrorismo e ogni altro incentivo all’odio, all’ostilità, alla violenza e alla guerra, qualsiasi motivazione od obiettivo si pongano, non hanno nulla a che fare con l’autentico spirito religioso e devono essere respinti nei termini più decisi possibili: condannati, senza ‘se’ e senza ‘ma’”.

Frate Roberto Giraldo

Pace, incontro, verità, giustizia, misericordia.

Tracce Francescane nella “Fratelli tutti” di papa Francesco.

(I riferimenti alla enciclica sono nei numeri 225-227 – I riferimenti al pensiero francescano sono nelle Fonti Francescane, sigla FF)

La pace figlia dell’incontro

225. In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace, che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani della pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia.

Obiettivo del percorso di pace è indicato essere un rinnovato incontro con ingegno e audacia.

Sappiamo quanto sia importante il tema dell’Incontro in San Francesco, dove l’incontro è una relazione che trasforma e salva. Dagli incontri rivisti ora nelle Fonti francescane possiamo dire che l’incontro può trasformare l’altro, (vari esempi di incontro di F. con frati fedeli, religiosi, direi anche con il Signor Papa, ma anche l’incontro con il lupo di Gubbio). L’incontro può trasformare Francesco (ricordiamo l’incontro con il lebbroso) e offre conferma di una conversione (cito l’incontro burrascoso di Francesco con il padre, appena convertito (FF 1417.).

Sembra di intendere: occorrono artigiani di pace, che avviino percorsi di pace per portare ad un nuovo incontro che guarisce. Si giunge alla salvezza insieme, nessuno si salva da solo, come arrivarci? Con la pace.

226. Nuovo Incontro non significa tornare a un momento precedente ai conflitti. Col tempo tutti siamo cambiati. Il dolore e le contrapposizioni ci hanno trasformato. Inoltre, non c’è più spazio per diplomazie vuote, per dissimulazioni, discorsi doppi, occultamenti, buone maniere che nascondono la realtà. Quanti si sono scontrati duramente si parlano a partire dalla verità, chiara e nuda. Hanno bisogno di imparare ad esercitare una memoria penitenziale, capace di assumere il passato per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni, confusioni, proiezioni. Solo dalla verità storica dei fatti potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti. La realtà è che “il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, ad una speranza comune, più forte della vendetta”. Come hanno affermato i Vescovi del Congo a proposito di un conflitto che si ripete, “gli accordi di pace sulla carta non saranno mai sufficienti. Occorrerà andare più lontano, includendo l’esigenza di verità sulle origini di questa crisi ricorrente. Il popolo ha il diritto di sapere cosa è successo”.

Pedagogia della pace in san Francesco

Pace, è vista come saluto evangelico di Francesco, che per primo rivolge il saluto: in un incontro (FF 210), in una lettera (FF 249 a Frate Leone, FF 245 Lettera ai guardiani dei Frati Minori), in ogni circostanza (FF 359 in ogni sermone, FF 550 nell’incontro con il mendicante), in una predica (FF 1052). Come confida Francesco, questo saluto è stato una rivelazione divina. (FF 40, 121, 1428).

L’annuncio della pace non avviene solo con la parola, ma Francesco lo annuncia con il suo esempio di vita (FF 1469, 1531), e questo lo richiede anche ai suoi fratelli (FF 1509, 1711).

La Pace da augurio e benedizione (FF 262 Benedizione a Frate Leone) diviene una forma di vita: Francesco voleva che i suoi frati vivessero in pace con tutti e verso tutti senza eccezione si mostrassero piccoli. (FF 36, 730, 1469).

Annunciare la pace non basta, bisogna portare la pace con la propria condotta. Francesco in prima persona porta la pace. Lo vediamo già prima della conversione quando è prigioniero e porta la pace in prigionia con un compagno irascibile (FF 584-730). Francesco porta la pace ad Assisi tra Vescovo e Podestà (FF 695) e indica che per portare la pace bisogna essere umili, e sottomessi a tutti. Francesco poi trae da questa circostanza l’idea di aggiungere la nuova strofa della pace al Cantico delle Creature:

“Laudato sì mi Signore

per quelli che perdonano per lo tuo amore

et sostengo infirmitate et tribulatione

Beati quelli kel sosterranno in pace,

ka da te, Altissimo, sirano incoronati”

E trasforma un fatto storico del suo tempo in un magistero spirituale.

Pace non è solo un fatto storico o sociale, ma può essere raggiunta solo da chi ha fatto un passo oltre il proprio limite ed ha avviato un percorso. Importante è mettersi in cammino.

L’invito di domenica scorsa di Papa Francesco a trovare un confronto di pace per la crisi in Ucraina, ricorda Francesco che interviene per la pace ad Assisi.

Perché Francesco allora e papa Francesco oggi (ma anche altri esempi come papa Giovanni con USA e URSS) sono intervenuti per la pace? Cioè perché non anche altri? È un problema di credibilità dei testimoni? Qual è l’ambito in cui io potrei portare la pace? la famiglia, il luogo di lavoro …?

227. In effetti, “la verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Tutt’e tre unite, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate…La verità non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittima di violenza e di abusi…. Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci diminuisce come persone… La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, e la morte altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile”.

Le sorelle della pace: Verità, Giustizia e Misericordia

Verità, Giustizia e Misericordia sono aspetti propri del Signore, e sono legati tra di loro.

Verità: “io sono la via, la verità, la vita”. Non giungi al Signore se non attraverso la verità. (FF 61, 62, 141, 187, 480)

L’annuncio del Regno dei Cieli, e l’annuncio della pace sono fatti in verità.

Mi colpisce la definizione di verità in relazione al futuro. Siamo abituati a valutarla per il passato, in relazione alla verità storica, ne dubitiamo per il presente, ma una verità relativa al futuro è una profezia, viene dal Signore.

I duri di cuore non comprendono la verità dell’annuncio. (FF 1190)

Giustizia. È attribuita al Signore “Tu sei Giustizia” (FF 261 Lodi a Dio Altissimo): Tu sei gaudio e letizia, Tu sei la nostra speranza, Tu sei giustizia.

Rimanda alle Beatitudini: “beati coloro che hanno sete di giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (FF 45, 1041)

La giustizia va modulata con la misericordia, prima viene il momento della misericordia, ricorda S. Francesco (FF 191, 772): “Chi ha l’autorità di giudicare gli altri, deve esercitare il diritto con misericordia, come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore”.

Nelle Ammonizioni (FF 177): “Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità e durezza”.

Francesco per primo insegna ad usare misericordia, così fece con il frate che aveva fame di notte (FF 1712), con il lebbroso (FF 110), con il cavaliere povero (FF 1031), con il frate malato (FF 1219), verso i fratelli che sbagliano (FF 763).

Molto forte l’invito di Papa Francesco ad operare come portatori di pace, a partire dalla verità, inseparabile dalla giustizia e dalla misericordia. Ma questa è la Via.

Conclusione

Cosa c’è di francescano in questo capitolo dell’Enciclica? È come se il pensiero francescano, come lo abbiamo conosciuto nelle Fonti e nella Scuola, fosse stato scansionato e fatto proprio, come chiave di lettura, interpretazione e indicazione per noi nella realtà di oggi.

Questa relazione è stata da me illustrata nell’ambito del lavoro di lettura e analisi dell’Enciclica “Fratelli Tutti”, all’interno degli incontri de “La Scuola che Continua”, così abbiamo ribattezzato gli incontri periodici riservati agli ex-allievi della Scuola di Spiritualità Francescana del Convento di Sant’Angelo dei Frati Minori.

Quest’anno è stato scelto di affrontare la nuova Enciclica, dividendoci in piccoli gruppi.

È questo un percorso che ho iniziato con entusiasmo non appena terminato il triennio della scuola nel…. E che anche in questo periodo di emergenza Covid è stato portato avanti su piattaforme digitali.

Se il triennio della Scuola ci ha unito, il percorso della Scuola che continua, ci mette di fronte a nuove sfide: confrontarsi con ex allievi di altri cicli della Scuola di Spiritualità; approfondire altri testi; da allievi diventare noi a turno guida alla lettura del tema scelto, lavorare in piccoli gruppi che consentono di confrontarsi da vicino e di consegnare anche la nostra esperienza personale.

Maria Paola Ferretti

Alla ricerca del Medioevo

Sta uscendo in edicola una collana di libri intitolata “I Manuali del Corriere della Sera” tutti incentrati sul Medioevo. La collana è curata dal noto storico Franco Cardini che nella sua Presentazione spiega il perché dell’interesse per un tempo che a molti appare lontano, poco interessante e piuttosto trascurabile. Al di là dell’opinione che abbiamo su quel periodo di tempo, il medioevo è storia nostra e ci riguarda tuttora perché ha sempre continuato a rivivere in una forma o in un’altra. Un’epoca con tutto il suo bagaglio, del resto, non muore quando ne comincia un’altra, ma continua, si trasforma e di tanto in tanto riemerge. Lo constatiamo anche oggi! Purtroppo, più che la ricerca scientifica, «il medievalismo trionfa e dilaga nelle librerie tra Umberto Eco e Ken Follet, nelle strade e per le piazze delle città d’arte con i “Festival del Medioevo”, le “Quintane” e i “Calendimaggio”, sul grande e sul piccolo schermo tra Il Signore degli Anelli e Il Trono di Spade, tra i videogiochi con Assassin’s Creed.»  Di qui l’utilità e la ragione della pubblicazione di sicuri studi storici sul medioevo. Visto che la nostra Europa affonda qui le sue radici, mi riprometto di leggere questi volumi e di condividere con voi quanto troverò di interessante e di curioso che possa contribuire a una migliore conoscenza della storia stessa.

Che ce ne sia bisogno, lo capiamo immediatamente dalla Presentazione, Perché il Medioevo. Una proposta di lettura, che Franco Cardini fa del primo volume della collana: HUIZINGA Johan, L’autunno del medioevo, ed. Corriere della Sera, Milano 2021.

E’ piuttosto colorito e deciso il modo di introdurci nel Medioevo da parte di Franco Cardini, che ci richiama al linguaggio tipico con cui ci si riferisce generalmente a quel periodo. «Si fa presto a dire medioevo. Lo dicono tutti, lo dicono sempre. Anche a sproposito: “Roba da medioevo”; “Tenebre del medioevo”; “non siamo più nel medioevo”; “Siamo ripiombati nel medioevo…” e così via.» Ma più incisivo ancora il riferimento ad una storia che tutti conosciamo e che diamo per scontata per non dire sacrosanta.

«Anni fa, in una di quelle cittadine toscane tutte pietra bigia e mattoni rossi, immerse tra le vigne e gli ulivi e strapiene, appunto, di ricordi medievali – in gran parte finti: chiese romaniche rifatte nell’Ottocento, castelli dalle torri merlate stile D’Annunzio o Sem Benelli eccetera -, un gruppo di brave insegnanti elementari ebbe l’idea di mettere in scena con i ragazzi l’antica leggenda dell’Anno Mille. Furono coinvolte le famiglie degli allievi e, poco prima delle vacanze di Natale, si cominciarono le prove. Fu spiegato, con un racconto facile e piacevole, come secondo un antico racconto l’ultima sera del primo millennio dopo Cristo, quindi alla fine del 999 (o del 1000?), tutti i buoni cristiani si riunirono tremanti attorno ai loro campanili aspettando la terribile tromba angelica che avrebbe annunziato la Fine del Mondo e il Giudizio Universale. Passò così l’intera notte; poi, avvicinatasi l’alba, il popolo cristiano – un po’ deluso ma in fondo felice – si rese conto che quella profezia era una bufala. Tutti rientrarono alle loro case e ripresero a vivere e a lavorare con gioia e fiducia, pieni di un nuovo senso di libertà. Così le tenebre del medioevo si erano diradate. Una buona signora, animatrice dello spettacolo, aveva perfino elaborato una filastrocca che i bambini intonarono con convinzione, formando un allegro girotondo: “Che sollievo, che sollievo, è finito il medioevo…”.

Ma finì subito anche l’incantesimo. Un giovane docente fresco di studi, laureato in Storia medievale, obiettò che non si poteva fare. Nessuno nel medioevo, avrebbe mai potuto dire quando fu l’ultima notte dell’anno: né del 1000, né di alcun altro. Era da escludersi il 31 dicembre: usanza romana e moderna, ma non medievale. Quasi ogni comunità osservava allora un calendario diverso: a Roma e in molte aree dell’Italia e della Germania l’anno nuovo cominciava a Natale, a Firenze e a Pisa il 25 marzo per l’Annunciazione, a Venezia il 1° marzo (“stile veneto”), ad Amalfi il 1° settembre (“stile bizantino”), in Francia addirittura la domenica di Pasqua, quindi un giorno diverso ogni anno perché questa festa è determinata dall’equinozio lunare di primavera…

Né bastava ancora. Qualche altro erudito guastafeste aggiunse che mica si era cominciato subito a datare gli anni dalla presunta nascita di Gesù. Per alcuni secoli si era continuato con la fondazione di Roma, nel 753 a.C.; poi, fra IV e VII secolo, si era usata la cosiddetta “Era dei Martiri”, con avvio nel 284 d.C.; e in Spagna si era usato a lungo far cominciare sì l’anno dal 1° gennaio, secondo l’uso romano antico, ma facendo iniziare il computo calendariale dal 38 a.C., anno nel quale ufficialmente le truppe di Augusto avevano sottomesso la penisola iberica.»

Perché questo racconto?

«L’aneddoto – peraltro rigorosamente, anzi autobiograficamente autentico – illustra bene quanto sia facile e al tempo stesso incerto, problematico e fallace parlar di medioevo.»

In realtà del medioevo non sappiamo né quando è cominciato, né cosa abbia messo in moto “la grande macchina medievale”. E quali le ragioni della sua decadenza e del suo tramonto o autunno?

Tante le cause più o meno plausibili, ma un fatto è certo: oltre la crisi provocata dal «terribile Trecento con le sue epidemie, le sue carestie, le sue guerre», alla fine del Quattrocento e agli inizi del Cinquecento lo scenario cambia completamente con l’ampliarsi del mondo dovuto alle scoperte e ai viaggi. E’ però un mondo che, a differenza del vecchio che era sempre rimasto semi-inesplorato e mai posseduto del tutto nonostante la sua piccolezza, si lascerà esplorare, conquistare, dominare e possedere dalla volontà, dalla tecnologia, dalle navi e dai cannoni. Cambia totalmente il rapporto dell’uomo con il mondo che diventa il luogo del suo trionfo: homo faber fortunae suae. “L’avanzante Modernità” inoltre, si presenta, contrapponendosi al medioevo ritenuto un semplice periodo di mezzo, di passaggio di scarsa importanza, come “Ritorno all’Antico”. E questo, nonostante che il medioevo sia «stato percorso da progressive, sempre nuove “rinascite” dell’antichità, sentita essenzialmente come quella romana: così le successive “rinascite” carolingia nel IX secolo, ottoniana nel X-XI, “neoplatonico-chartrense” nel XII, che avevano preluso a quel Duecento scolastico e mercantile che fu detto saeculum modernum.» Che triste aver tacciato il medioevo con un «”non-nome”: media tempestas, medium aevum, età mediana di passaggio tra la grande età antica e quella presente» e constatare che la divulgazione della conoscenza ha puntato a «focalizzarsi sul rapporto tra la civilisation dell’Età Moderna e la barbarie, la superstition, l’ignorance, la violence, la tyrannie d’un ispido e oscuro medioevo, un buio rischiarato solo dalle fiamme dei roghi.»

Fra Roberto Giraldo

La scuola che continua

Dal 1980 numerosi trienni di Scuola di Spiritualità Francescana si sono succeduti presso il Convento di Sant’Angelo, accogliendo oltre 600 allievi, che in qualche momento della vita hanno sentito che Francesco li chiamava. Un’esperienza di ingresso nella spiritualità francescana sotto la guida intensa ed affettuosa di Padre Cesare e di tutti gli altri docenti. E l’incontro, il crearsi della fraternità, gli abbracci (quanto mancano), i sorrisi, la condivisione dei vespri e della cena in refettorio, e poi i lavori di gruppo, in cui cominciare a fare confronti personali.

Finita la Scuola, Padre Cesare invita gli studenti a partecipare alla “Scuola che continua”, un incontro mensile, sempre in Sant’Angelo, ma con modalità differenti, ancora da comprendere.

Inizialmente, essendo anche l’occasione della presentazione della tesi, la proposta può sembrare quella degli “esami non finiscono mai”, di Eduardiana memoria.

Ma gli incontri mensili della “Scuola che continua” nulla hanno a che fare con gli esami. I partecipanti hanno frequentato la Scuola in cicli diversi, nell’arco di questi 40 anni. Personalmente frequento la Scuola continua da circa 10 anni. L’invito forte è quello di non essere più solo discepoli, ma protagonisti.

In questi anni il punto di partenza è sempre leggere insieme un libro (encicliche, testi di intensa spiritualità*), un capitolo alla volta. Mensilmente ci riuniamo per commentarlo, tornando alla lettura delle Fonti francescane per approfondire, se necessario. Di volta in volta un gruppetto si fa carico di guidare la discussione, trovandosi a prepararla, condividendo riflessioni, commenti e approfondimenti.

Ogni testo è una miniera di suggerimenti per approfondire il proprio rapporto con il divino.

Nella mia esperienza, talvolta, entro un capitolo c’è una frase poche righe, che aspetta proprio me, per farmi rivedere il mio modo di essere e di sentire e di tradurre in pratica gli insegnamenti.

È un’esperienza completamente nuova. Si condivide i propri pensieri e sentimenti, la propria spiritualità, si infrangono barriere personali. Padre Cesare, ci invita a “consegnarci” ai Fratelli.

Mentre si superano reticenze, si impara a regalare sé stessi, e si ricevono altrettanti copiosi doni.

Si sono formati piccoli gruppi, che volentieri si trovano per prepararsi all’incontro, indipendentemente dall’essere incaricati di guidare la discussione. Io appartengo a uno di questi: condividiamo i pensieri e i sentimenti più i profondi, e insieme cresciamo. Amiamo dire: il Signore mi diede dei compagni. Ma quando si tratta di preparare un incontro, ci mescoliamo con gli altri Fratelli, e sperimentiamo quanto la spiritualità francescana sia terreno comune.

La “Scuola che continua è un’esperienza unica e privilegiata di arricchimento reciproco.

Ha conosciuto le difficoltà della pandemia, ma sta sopravvivendo, grazie alla tecnologia, con incontri sul web, ove si riesce comunque a condividere le proprie riflessioni e non perdere l’appuntamento.

La nostra speranza e che la Scuola continui ancora a dare i suoi frutti per tanto tempo.

Anna de Biase

Nelle mani di Dio

Una considerazione leggendo: MARCO VENTURA, Nelle mani di Dio. La super-religione del mondo che verrà (contemporanea | trecentouno) il Mulino, Bologna 2021.

Da anni mi interesso di dialogo ecumenico e interreligioso dal punto di vista teologico, ma non mi era mai capitato di guardarlo dal punto di vista dell’impatto che le religioni esercitano sul mondo e viceversa. La politica, la cultura, l’economia, il costume sociale e una certa visione globale del mondo dipendono molto dalle religioni che, a loro volta, vengono condizionate e piegate a seconda dei più svariati interessi. In tal senso, il libro di Marco Ventura, Nelle mani di Dio. La super-religione del mondo che verrà, mi fa guardare le cose da una prospettiva per me inedita che, tra l’altro, restituisce grande importanza ad avvenimenti, quali ad esempio la rivoluzione khomeinista, che noi confiniamo nella cronaca se non nel dimenticatoio. Contenuto del saggio è il rapporto tra le religioni e le grandi sfide planetarie che interpellano sia le religioni, sia il mondo: emergenza ambientale, sviluppo sostenibile e trasformazione digitale. Molte le soluzioni e le politiche per rispondervi, molte quindi le occasioni che le religioni e il mondo hanno per convergere o dissentire.  Comunque, che si creda o non si creda in Dio, e indipendentemente dall’idea che abbiamo di lui, siamo nelle sue mani. Non solo qualsiasi soluzione pensata per far fronte alle varie sfide non può prescindere dalle religioni, ma deve anche tenere conto dell’imprevedibilità di Dio. Quanto mai appropriato, quindi, il titolo del libro, “nelle mani di Dio”: il nostro mondo e il nostro destino dipendono ancora dalle religioni per il ruolo fondamentale che continuano a giocare. Del resto, «l’85% della popolazione del globo si identifica con una religione.» E questa che si voglia o meno «plasma ogni giorno la vita dell’umanità e la nostra.» Compresa anche la vita di quel 15% che non appartiene o non si identifica con qualche religione, ma ha comunque a che fare con i credenti. Pertanto, il mutamento in atto della nostra società deve fare i conti con le religioni e con l’idea che trasmettono di Dio. Tre i campi in cui è piuttosto evidente la loro interazione. E per questo Marco Ventura parla di tre mani di Dio.

La prima mano, detta “mano armata” di Dio, si riferisce «all’impatto della religione sui conflitti contemporanei e sulla loro prevenzione e risoluzione. Siamo nelle mani di Dio, da questo punto di vista, perché la religione è insieme il problema e la soluzione della violenza, perché la guerra e la pace in nome di Dio sono avvertite come prioritarie nell’agenda internazionale.»

La seconda mano, preoccupata dell’impatto materiale delle religioni nei confronti dello sviluppo sostenibile, riflette sulle loro diverse posizioni e concezioni. Anche qui siamo nelle mani di Dio perché la religione può condizionare o essere condizionata dalla economia e rivelarsi quindi fattore di povertà o di ricchezza.

La terza mano, soprannominata “mano aperta”, concerne il rapporto tra la religione e la società globale che nello sforzo di rispondere alle sfide che l’attendono, tenta di programmare una religione che possa favorire la pace e lo sviluppo.  E’ detta “mano aperta” per due motivi: perché è quella mano che vorremmo afferrare per tirarla dalla nostra parte, ma è pure quella mano che ci afferra e ci tira dove vuole, dalla sua parte. «E’ la mano aperta a ogni utilizzo del religioso contemporaneo, a ogni scelta strategica; al contempo è la mano che spiazza, che sorprende, che frustra ogni illusione di controllo per schiudersi su esiti inattesi.» Anche in questo caso siamo nelle mani di Dio sia per le diverse strategie dei credenti in relazione alla pace e allo sviluppo, sia per l’imprevedibilità di Dio e la possibilità che i nostri progetti si scontrino con la realtà religiosa e sociale.

Perché le religioni contino nei tre campi visti, pace, sviluppo e programmazione, devono superarsi, mettersi in discussione per oltrepassare i confini che le dividono onde permettere che i credenti lavorino insieme e possano darsi obiettivi più grandi della loro singola fede. Anche i confini tra religione e non-religione vanno abbattuti perché è necessario che credenti e non-credenti uniscano le forze.

1. La nuova religione

Nel dipinto della creazione dell’uomo nella Cappella Sistina, Michelangelo racconta che è la mano di Dio a comunicare la vita ad Adamo che tende la sua mano verso quella del Creatore. Nell’Ottocento, qualcuno pensò che la mano di Dio non c’entrasse niente, che fosse fuori posto: raccontava qualcosa di non vero che andava bene per una umanità credulona. Ma la religione non è morta! Qualcuno crede ancora alle due mani e sente che non si tratta di una vaga idea priva di realtà.

Agli inizi degli anni Ottanta abbiamo visto le due mani combinarsi ancora insieme, soprattutto con la rivoluzione khomeinista che ha significato molto per il risveglio dell’islam. E sono proprio gli attentati a Papa Giovanni Paolo II (13 maggio 1981) e al presidente egiziano Sadat (6 ottobre 1981) a farci scoprire la violenza fatta in nome di Dio. Una violenza destinata ad allargare sempre di più il suo spazio d’azione.

La mano di Dio, però, non è presente solo nella violenza, ma anche nella lotta alla povertà, in quanto le religioni influiscono sul futuro sviluppo su più campi: «ambiente e finanza, tecnologia e infrastrutture, modello economico e strategie del mercato globale.» Anche se diversi sono i modi di pensare e utilizzare le risorse, come anche le forme, il contributo delle religioni è vitale.

Con l’avvento di Margaret Thatcher (1979) e Ronald Reagan (1980) si è realizzata con successo una «convergenza culturale e politica tra cristianesimo conservatore, libero mercato e de-statalizzazione dell’economia.» In questo libero mercato non si fa più appello alla mano invisibile di Dio che, anzi, viene praticamente eliminato per fare del mercato una religione. Il libero mercato non può risolvere tutto. Non si può fare a meno di una qualche pianificazione che tenga conto d’una società sempre più globale, di uno sviluppo sostenibile e d’una migliore e più equa distribuzione delle ricchezze e delle risorse. E qui le religioni possono far sentire la loro voce data l’influenza di cui ancora godono. Purtroppo, la loro, non è una voce unica.

Quale il futuro che ci attende? E’ qui la volta della terza mano, la “mano aperta”: quella che guarda a come oggi i governi, gli attori politici ed economici e la società civile in genere sentono di dover pianificare e governare le religioni per portare i credenti a contribuire alla pace, allo sviluppo e alla costruzione di una democrazia globale. Rientrano in questo campo anche le riforme teologiche, il dialogo ecumenico e quello interreligioso. Al bisogno di ordine e controllo, comunque, la mano di Dio sfugge. Dio resta sempre un Dio vivo, incontrollabile, misterioso e non racchiudibile nelle nostre categorie. «La mano aperta è anche la mano del Dio imprevedibile, indomabile e caotico, che sconvolge tutti i piani. E’ la mano di un Dio sopravvissuto e resiliente alla faccia di chi da secoli ne profetizza la morte, di un Dio innovatore alla faccia dei tradizionalisti, di un Dio conservatore alla faccia dei riformatori, di un Dio tecnologico alla faccia degli scienziati non credenti, di un Dio non credente alla faccia di chi disprezza l’ateismo.»

2. La super-religione

In tutti questi frangenti c’è come la consapevolezza che stiamo andando verso una super-religione qualitativamente e quantitativamente più grande delle singole religioni che verrebbero inglobate in essa. Praticamente, la super-religione si sta realizzando tramite le alleanze, le collaborazioni, i dialoghi e anche alle competizioni tra le religioni per la supremazia. «Il superamento è cruciale nella religione contemporanea. La parola super è la sua parola, in forza dell’ambizione a essere più grande e più potente, ossia a superare in quantità e qualità le religioni esistenti. In questo senso la super-religione non è «un’altra religione», ma è «le religioni» nell’atto di tendere al superamento, ed è «la religione» che esse complessivamente producono mentre si superano.» E’ una religione «che vuole superare ogni confine. La super-religione non è soltanto nel cristianesimo e nell’islam, ma anche nella religione del mercato, nella religione dei dati, nella religione dei social, nella religione dei diritti umani. … Non sappiamo se la super-religione sia voluta da Dio oppure se sia inventata dall’uomo, o un po’ da tutt’e due. In ogni modo essa è in sintonia con questo tempo di obiettivi globali, di azione globale, di paure e ambizioni globali. E’ super, la religione contemporanea, anche in questo senso, giacché è causa ed effetto di un’umanità che ha bisogno di più, in quantità e qualità di risorse, per fronteggiare l’emergenza climatica, la povertà, le ingiustizie. La super-religione è quindi la religione dell’ambiente, del pianeta, dello sviluppo sostenibile, dove, ancora, sono inscindibili da un lato il ridefinirsi delle religioni con il loro capitale morale e materiale in funzione della sostenibilità e dall’altro il contestuale ridefinirsi della sostenibilità come religione.»

3. Come porsi di fronte alla super-religione?

Cosa pensare circa l’ipotesi della formazione di una super-religione? Tante le domande e molte anche le posizioni e le opposizioni circa questa eventualità. E’ proprio un progetto divino che le fedi convergano in un’unica grande casa? Qualcuno, come il parlamento delle religioni mondiali, è già orientato il tal modo, ma contemporaneamente ci sono anche coloro che si oppongono contro l’ipotesi della super-religione che andrebbe per forza di cose a snaturare le religioni esistenti. A parte il fatto che non tutti sono convinti che si stia davvero andando verso una super-religione, «il sostegno alla super-religione può poi avere una motivazione politica, in particolare tra gli attori governativi che non credono più nell’interlocuzione con una sola religione e che salutano nella super-religione la condizione per politiche pubbliche multi-religiose e inclusive. Infine la super-religione può essere sostenuta da chi ritiene che lo sviluppo sostenibile non potrà essere efficacemente costruito se esso non diventerà una religione e se le religioni non si fonderanno per la causa.»

Secondo l’autore, non si possono superare la violenza, né sostenere lo sviluppo e in qualche modo governare o progettare il futuro senza andare verso una super-religione. Il mondo che verrà, secondo l’autore, necessita della super-religione. Per molti, essendo Dio ancora potente, è da controllare in ogni caso sia che si pensi che sia utile alla propria causa, sia che lo si veda come un nemico. E’, anzi, da ingaggiare se si vogliono ottenere determinati risultati: per la tutela della libertà religiosa, per la politica estera che deve muoversi secondo una dimensione internazionale, per il reciproco dialogo tra istituzioni religiose e secolari, per poter coinvolgere come partner gli attori religiosi e per il dialogo interreligioso «sintesi e culmine degli assi precedenti. … Per il suo impatto sulla società globale, per la sua trasversalità rispetto alle fedi, per la sua vocazione a inglobare tutta la religione e tutte le religioni, la mano del Dio contemporaneo spinge i credenti gli uni verso gli altri.» «Sta cambiando profondamente un mondo che ha tre volte bisogno della super-religione, per la pace, per lo sviluppo e per il futuro. Per ognuno dei tre bisogni siamo nelle mani di Dio. Dalla mano armata dipendono la guerra e la pace, dalla mano invisibile la povertà e la ricchezza, e dalla mano aperta il programma e la realtà.»

Esiste per davvero il bisogno di superare l’esistente, ma in che misura e secondo quali criteri? Mi fa paura pensare che sia l’uomo a stabilirli anche perché non mi pare che ci sia un accordo sostanziale circa le politiche da perseguire. Sentiamo il bisogno di allargare tanti confini, ma vediamo anche la realtà di molti tentativi di invasione da parte di potenze, logiche di mercato e voglia di supremazia. Per quello che mi riguarda, spero sia Dio, la sua mano invisibile a guidarci. E’ meglio aggrapparsi alla sua mano e sognare un mondo nuovo, una realtà altra diversa da quella che potremmo mettere insieme sommando le nostre conoscenze e sfruttando le nostre previsioni. Solo ritrovando il vero senso di Dio, e non una nuova religione, possiamo guardare al futuro con occhi diversi.

Fra Roberto Giraldo

Casa per la pace Milano

“Il mondo ha bisogno di persone che investano nella pace quanto altri investono nella guerra” (M.K.Gandhi)

Cos’è Casa per la Pace Milano?

Casapace Milano è un’associazione di promozione sociale nata nel 2000 dall’incontro di diverse organizzazioni locali già esistenti, tra le quali il Gruppo Pace di Sant’Angelo, con decenni di esperienza nel campo della promozione della pace e della gestione nonviolenta dei conflitti. Piergiorgio Mora, che non c’è più, Antonio Brocca, un grande generoso vecchio e Pierluigi Rossi, con un piccolo gruppo di giovani, sono stati i promotori dell’iniziativa nella comunità. Casapace si può definire come un laboratorio permanente di pratiche nonviolente, attraverso la facilitazione, la formazione, il teatro sociale, l’azione nel territorio con iniziative in rete locali e globali.

Tutti i progetti e le azioni di Casapace sono volti alla facilitazione di processi di trasformazione dei conflitti, al contrasto delle diverse forme di discriminazione, all’empowerment delle persone a rischio di marginalizzazione e allo sviluppo di una comunità educante nella quale siano garantiti il rispetto dei diritti umani, dell’ambiente e la giustizia sociale.

LE AZIONI

Il Centro Documentazione “Pace & Dintorni”

Negli anni abbiamo raccolto più di 2.000 volumi su argomenti che ci riguardano: economia, ecologia, conflitti, educazione, violenza, nonviolenza, mafia… Tanta roba bella in prestito.

I volontari del Corpo Europeo di Solidarietà e del Servizio Civile

Negli ultimi 12 anni Casapace ha ospitato circa una 30 di volontari europei e una quindicina di Serviziocivilisti. Una presenza importante che  durante un anno sostiene il lavoro di casapace,  portando  domande, idee, energia, conflitti, stimoli, opportunità… Il Blog SVE del nostro sito accoglie molte delle loro interessanti esperienza. Ricordiamo con affetto che Piergiorgio Mora ogni anno li portava a conoscere Milano e che Antonio ha ospitato gratis per tanti anni nel suo appartamento.

Gli interventi nelle scuole e formazione di adulti

Sogniamo che le scuole diventino un luogo dove si “sta bene”, dove i conflitti vengono trasformati in opportunità di crescita, dove si comunica in modo efficace. Fare diventare la scuola una comunità educante, dove si impara, insieme, a partecipare nel mondo, perché questo diventi più giusto, più inclusivo, più bello.  Nella formazione proponiamo un insieme di metodi attivi ed esperienziali che si avvalgono del lavoro di gruppo, dove attraverso dinamiche, giochi, simulazioni, discussioni e tecniche teatrali, gli studenti imparano a condividere i propri vissuti e le proprie emozioni, al fine di acquisire nuove consapevolezze e capacità di scegliere comportamenti diversi

Il progetto ‘Oltre confine’

Lavorare sui micro conflitti è tutto sommato facile. Rapportarsi con le violenze strutturali è più faticoso. Cerchiamo di conoscere, analizzare, capire alcune realtà e, per quanto ne riusciamo, a sostenere le vittime: l’occupazione  della di Palestina e la durissima situazione dei migranti che vogliono arrivare in Italia facendo la ruta balcanica, sono due dei progetti che seguiamo da anni.

Il ‘Teatro dell’Oppresso’

Il Teatro dell’Oppresso (TdO) è una raccolta di strumenti teatrali nato, durante i tempi della dittatura brasiliana, dalla necessaria ricerca di nuovi processi di creazione e discussione collettiva. E’ innanzitutto un attrezzo pratico e creativo che può essere utile per creare insieme uno spazio di apprendimento e sperimentazione rispetto alle oppressioni e alle ingiustizie della vita quotidiana, anche attivando lo spettatore ponendolo al centro del lavoro teatrale.

Lo ‘Sviluppo di comunità’

La sede della Casapace è nel quartiere Corvetto, periferia sud della città. Lo scopo dello sviluppo di comunità è il miglioramento di un quartiere per tutti i suoi abitanti grazie alla partecipazione di tutti. Orienta le azioni e le competenze di individui e di gruppi perché possano esprimere le proprie capacità e le proprie risorse nella ricerca collettiva di soluzioni e di risposte ai bisogni e desideri che emergono dal luogo dove vivono.

La scuola di italiano per stranieri

L’accoglienza di persone che svolgono Lavori di Pubblica Utilità come alternativa al carcere.

La partecipazione attiva alla ‘Rete Corvetto’ ( una realtà interessantissima, un tentativo di coordinare il terzo settore della zona, attraverso una struttura leggera che permette lo scambio e l’ottimizzazione delle risorse di tutte le organizzazioni partecipanti, con lo stesso scopo dello sviluppo di comunità)

La tenda del silenzio

Durante anni Casapace ha contribuito e sostenuto logisticamente e con contributi formativi la Tenda del Silenzio, iniziativa che una volta all’anno consente di sperimentare e condividere uno spazio di preghiera aperto a tutte le religioni.

Casapace esiste  grazie a tanti sostenitori, fra i quali la Comunità Sant’Angelo che negli anni ha accompagnato i progetti e le iniziative, condividendone valori di riferimento e obiettivi.